L’adulterio non è più reato. Ma non illudetevi: il tradimento è eterno.


L’adulterio non è più reato. Ma non illudetevi: il tradimento è eterno.

Fino al 1968, in Italia, una donna adultera poteva finire in carcere. Il codice penale fascista lo diceva chiaro: la fedeltà era un dovere femminile, l’onore un diritto maschile. L’articolo 559 puniva la donna che tradiva con la reclusione fino a un anno. Erano punibili solo la donna adultera e l’amante. L’uomo? Tranquilli: bastava non farlo sapere troppo in giro.

Una norma anacronistica


Fu la Corte Costituzionale a eliminare quella norma anacronistica, non il Parlamento. In un’Italia che ballava tra contestazioni studentesche e Festival di Sanremo, la giurisprudenza decise che forse era ora di smettere di processare l’amore.

Reato svanito

Il bello è che oggi l’adulterio non è più reato. Ma chi pensa che sia anche sparito il giudizio sociale, si illude. La punizione si è solo trasferita: non più in tribunale, ma nei pranzi di famiglia, nei gruppi WhatsApp, tra le righe dei post su Instagram. Il reato è svanito, ma la condanna sociale resta feroce.

L’infedeltà non basta ad avere vantaggi in tribunale

In ambito civile, il tradimento può ancora incidere sulla separazione se accompagnato da comportamenti umilianti o offensivi. Ma la semplice infedeltà non basta più per ottenere vantaggi in tribunale.
La depenalizzazione dell’adulterio ha segnato un passo importante verso la laicità dello Stato e la libertà individuale. Lo Stato ha smesso di giudicare i sentimenti. La società, invece, no.
Ma continua a far male
Il tradimento resta, come sempre, questione privata e pubblica al tempo stesso. Riemerge in canzoni, film, chiacchiere, confessioni, post. Non c’è più una norma scritta, ma c’è ancora – fortissimo – il bisogno di dare un nome al dolore, di trovare un colpevole.
E così, anche senza condanne penali, l’adulterio continua a fare quello che ha sempre fatto: male.

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di Liberato Luongo

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