MARINA DI ASCEA: Eccomi qui, in Cilento.

Io, la persona che, se avesse dovuto scegliere tra un campeggio immerso nel verde e un monolocale vista cassonetti a Napoli Centro, avrebbe optato senza esitazione per i cassonetti (magari anche senza vista).

Io, che alle zanzare preferisco le sirene della polizia e al fruscio delle foglie il brusio di un aperitivo a San Pasquale.

Sì, lo ammetto: sono “allergica alla campagna”, un’affermazione che scuote sempre le teste dei più romantici, ma che per me è una verità incisa nel marmo (di una suite d’hotel, ovviamente).

Natura o asfalto?

 

Eppure, questa volta, mi sono fatta convincere. Mi sentivo un po’ come i due protagonisti di “Come un gatto in tangenziale”, sradicata dal mio asfalto familiare e catapultata in un universo in cui le regole, e soprattutto i suoni, erano completamente alieni. D’altronde, l’esperienza insegna che se lui li porta a Capalbio e si annoiano, e lei li trascina a Coccia di Morto e inorridiscono, un motivo ci sarà per le differenze di habitat preferiti.

E il mio, decisamente, non prevede mucche.

 

 

Per un po’, devo ammetterlo, ho provato a sforzarmi. L’aria era davvero pulita, le stelle un ricamo che a Napoli te lo sogni, e il silenzio… ah, il silenzio. Ed è stato lì, nel silenzio apparente, che ho capito. Ho capito qual è il vero, profondo, insopportabile problema della natura.

Differenti sinfonie

 

Mentre in città i rumori sono una sinfonia complessa e imprevedibile, una cacofonia varia che include chi strombazza, chi spara imprecazioni al traffico, chi urla al telefono, chi strilla per la partita, chi arranca col carrello, insomma un vero e proprio ecosistema acustico dinamico, qui, in questa oasi bucolica, la tragedia è la monotonia.

Le cicale. Oh, le cicale! Ore ed ore di “ziiiiiii-ziiiiiii-ziiiiiii” senza interruzione. Un loop infinito che ti entra nel cervello e ti fa desiderare un trapano.

Le onde del mare, sì, belle per cinque minuti, poi diventano un “splash-splash-splash” ipnotico che ti anestetizza l’anima.

E non parliamo del taglio degli alberi, quando si decide di praticarlo: un “rrrrrrrummmm-rrrrrrrummmm-rrrrrrrummmm” senza variazioni, senza l’improvviso clacson del tassista, senza il vociare di un litigio condominiale che ti risveglia.

Il buon Virgilio era di parte?

 

Forse il mio orecchio, abituato da anni a quella imprevedibile e rassicurante melodia urbana, è diventato allergico alla prevedibilità? Che sia una malattia, questa sete di caos sonoro? Chissà. Mentre i poeti antichi, con le loro Bucoliche, sospiravano:

 

Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi

“Tu, Titiro, sdraiato all’ombra di un faggio frondoso”

 

io mi chiedo se Titiro avesse mai provato il brivido di un’ambulanza a sirene spiegate alle tre di notte. O la sorpresa di un cantiere edile che inizia i lavori alle sei del mattino sotto la tua finestra. Quella sì che è vita! Quella sì che è variegata!

 

La mia mente non è abituata alla monotonia.

 

Forse la mia “malattia” è una raffinata sensibilità per il rumore bianco della civiltà. In fondo, anche il traffico è un suono della natura… di quella umana. E credo che, alla fine, io sia semplicemente innamorata di quella natura lì. Con buona pace delle cicale e delle loro estenuanti serenate.

E del prossimo 4 stelle, naturalmente.

 

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di Marianna Addesso

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