Riccardo Pucciarelli

SALERNO. Ricordo perfettamente Riccardo Pucciarelli durante le estati caggianesi a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Come accade ancora oggi, il paese si riempiva di ragazzi e ragazze, figli di chi era partito per lavoro ma che, puntualmente, tornava per le vacanze, a dimostrazione di un legame mai reciso con le proprie origini.

Tu venivi da Salerno, neanche tanto lontano da Caggiano (dove peraltro hai vissuto la tua infanzia); eri uno di quelli che, con le valigie ancora da disfare, correva subito giù in piazza a scorrazzare con gli altri ragazzi, a inventare giochi, a perdersi in risate che risuonavano anche tra i vicoli del centro storico, dove invece vivevo io.

Mi ricordo che una volta ti fermasti proprio davanti a casa mia, e con quella tua faccia un po’ da furbetto e un po’ da angioletto e un accento italiano impeccabile, dicesti a mia madre: “Signora, mi raccomando! Non dica a nessuno che siamo passati di qua, dobbiamo vincere noi!”.

Era un gioco, certo. Ma già allora si capiva la tua determinazione e quel tuo modo schietto di stare al mondo. E la cosa bella, che ho sempre apprezzato, è che pur vivendo in città, non ti ho mai visto trattare noi “paesani” con superficialità. Anzi, hai sempre avuto la tua cerchia di amici, e ancora oggi, quando arrivi a Caggiano, il tuo sorriso e quel vocione inconfondibile annunciano che l’estate è davvero iniziata.

Oggi, seduti in questo bar a Salerno, davanti a un buon caffè, ho il piacere di ritrovarti e farmi raccontare un’altra parte della tua storia.

Nella vita nasco Primo

 

Il titolo del tuo libro è Nella vita nasco Primo. Perché “Primo”? Cosa c’è dietro la scelta di questo aggettivo?

Il titolo è nato così, spontaneamente. Ma è un titolo che ha una sua ragione d’essere, che si svela completamente leggendo il libro. Ti faccio uno spoiler: Nella è il cognome della donna che mi ha messo al mondo. Primo invece è il cognome che mi è stato dato quando sono stato trasferito al rifugio provinciale per l’infanzia di Salerno.

Lì, come per prassi, mi hanno registrato così.

Quindi nasci Riccardo Nella, poi c’è stato Riccardo Primo e infine è arrivato Riccardo Pucciarelli. Quando hai scoperto di essere stato adottato? Te lo hanno rivelato i tuoi genitori?

Ho scoperto di essere stato adottato a Caggiano, nell’agosto del 1985. È stato per puro caso, un momento che racconto nel libro. Per quanto riguarda i miei genitori adottivi, non ne abbiamo mai parlato apertamente. Non sono stati loro a rivelarmi questa verità e non è mai stato un discorso che abbiamo affrontato insieme. Anche se poi ho intuito, in un certo senso, che avevano capito che io sapessi qualcosa.

C’era un non detto tra di noi, c’è sempre stato, fino alla fine.

Io avrei voluto, avrei voluto davvero poterne parlare soprattutto con mia madre, ma lei aveva difficoltà, non riusciva ad affrontarlo bene e io questo l’ho capito e l’ho rispettato.

Quando hai deciso di cercare le tue vere origini, e cosa hai scoperto, ad oggi?

Quando mia madre è mancata, nel 2023, ho sentito che era arrivato il momento giusto. Ho fatto quindi una richiesta al Tribunale dei Minori. A quel punto, la legge permetteva di approfondire la ricerca data la distanza temporale dall’adozione e la mia età.

È così che ho potuto ricostruire tutto e ho scoperto il nome di questa donna. Il cognome, Nella, già lo conoscevo.

Sei sempre stato una persona molto “solare”. Questo aspetto è una parte innata di te o è stato anche un modo, magari inconsapevole, per affrontare il tuo percorso?

Mi è sempre venuto spontaneo, devo dire. Non l’ho mai vissuto come un sacrificio, come qualcosa di forzato. Era una reazione che, non so, il corpo emanava automaticamente. Però, è anche vero che quando ero da solo, spesso mi chiudevo in me stesso.

Erano momenti miei, di riflessione, che a volte non riuscivo a gestire pienamente. Sicuramente questi momenti mi hanno segnato.

Quello che mi dispiace, però, è non avere ancora la piena conoscenza di tutto ciò che ruota attorno alla mia nascita. Se ci sono state figure protettive attorno a mia madre, o se lei ha dovuto affrontare tutto da sola, magari in condizioni difficili, o circondata da persone che non le facevano del bene. Vorrei capire meglio quel contesto e quale fosse la sua realtà.

Non ho avuto ancora modo di incontrarla e non so se accadrà mai.

Lo stesso percorso silenzioso che ho vissuto con i miei genitori, Maria e Serafino, vorrei averlo anche con lei, rispettando le sue decisioni qualunque esse siano. È un modo per rispettare la sua storia senza invadere, cercando di non far soffrire altre persone che, magari, hanno vissuto senza sapere della mia esistenza.

Parli di fratelli e sorelle?

Esatto. Sono cresciuto come figlio unico, cosa che ha i suoi pro e i suoi contro; sarebbe bello stringere la mano di qualcuno, ancor più bello abbracciare qualcuno, in cui ritrovi una somiglianza, un gesto, un movimento che sono anche i tuoi!

Quando ho intervistato Riccardo, il suo racconto era fermo, in attesa, sospeso tra passato e futuro. Ma la vita, si sa, riserva sempre delle sorprese. In poche ore, infatti, ci sono state delle bellissime e inaspettate novità per lui.

E il suo percorso, che sembrava chiuso, si è aperto su un orizzonte pieno di speranza.

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di Marianna Addesso

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