Rosolina Trotta al centro, a sinistra il figlio Alberto Glielmi, a destra il genero Gelsomino Mastrolia

Rosolina Trotta, cronista del secolo breve e voce precorritrice del femminismo italiano

Ci sono libri che ti vengono incontro come certi ricordi improvvisi: non li stavi cercando, eppure ti trattengono. “Memorie e brevi ricordi personali e di famiglia” di Rosolina Trotta è uno di quei libri, appartiene alla mia memoria, al mio lessico familiare. Leggerlo ha significato entrare in una casa del passato.

“Abbiamo imparato a resistere a bassa voce”

Rosalina Trotta nasce nel 1874, quando l’Italia è da poco una patria comune sulla carta, ma il Sud conquistato resta  paesi, dialetti, consuetudini dure come le zolle. A Campagna, il tempo ha il passo delle stagioni, non dei governi: le notizie dell’Unità e dei palazzi romani giungono fioche. Nel mondo contadino contano le nascite, i raccolti e i lutti più dei proclami. Sono gli anni in cui Verga racconta l’anima vera delle campagne: povere, rassegnate, fiere. Aveva studiato poco, ma facendosi aiutare da un maestro diventerà una cronista donna e femminista ante litteram. E raccontò la famiglia, le ingiustizie, i sentimenti e l’identità femminile in un’epoca che non era ancora pronta a dar voce alle donne. L’autrice appartiene a una generazione di donne che hanno attraversato la Storia “con passo lieve, eppure deciso”, come lei stessa scrive. Cresciuta nel primo Novecento, formata negli anni bui del fascismo, toccata dalla guerra, si fa testimone di un’Italia che muta pelle: “Abbiamo imparato a resistere a bassa voce, come le erbe ai margini delle strade”. Il suo è uno sguardo femminile capace di vedere ciò che spesso agli uomini sfugge: la fatica, la cura, la quotidiana conquista della libertà.

Femminista d’istinto

L’opera trasforma i ricordi familiari in tasselli di un mosaico collettivo. Una tazza sbeccata diventa il simbolo della precarietà del dopoguerra. Una finestra socchiusa, l’immagine della speranza. “Non volevamo eroismi -scrive- ma la possibilità di scegliere per noi stesse”. Con forza silenziosa, l’autrice disegna il quadro di un femminismo istintivo, nato prima che le parole parità e emancipazione cominciassero a circolare nei comizi del Mezzogiorno.

Il ricordo di Gelsomino Pantuliano

A metà del volume la memoria si incrina all’improvviso con l’irruzione della cronaca: la tragica morte, lungo le strade di Serradarce, del professor Gelsomino Pantuliano, travolto in un incidente stradale. Rosolina Trotta annota: “Ci fu un gelo improvviso, come se il tempo si fosse rotto di colpo sotto le ruote di una macchina”. È un momento in cui la vita privata e la Storia si toccano. Il lutto non resta solo familiare: diventa segno della fragilità di una comunità intera, sospesa tra la voglia di rinascere e la consapevolezza che tutto può spezzarsi da un momento all’altro.

“Noi donne, per avere meno, abbiamo dovuto dare di più”

Nelle pagine successive, il tono si fa più meditativo. Rosolina Trotta riflette sul senso della memoria: “Scrivere è impedire al vento di portar via i nomi”. Piccole scene domestiche – una madre che prepara il pane, un padre che riflette sulle spese, bambini che corrono nei campi – si intrecciano alle trasformazioni dell’Italia: la nascita della Repubblica, il voto alle donne, le prime possibilità di studio per le figlie. La scrittura rimane sobria, ma capace di graffiare: “Noi donne, per avere meno, abbiamo dovuto dare di più”.

La vera conquista è decidere del proprio tempo

È impossibile leggere queste pagine senza pensare a quanto debito morale abbiamo nei confronti di donne come Rosolina Trotta. Senza clamore, senza tribune, hanno posto le prime pietre di quella libertà femminile che oggi spesso consideriamo scontata. Il suo è un femminismo intimo, coraggioso, artigianale. “La vera conquista – scrive – è decidere del proprio tempo”.

Narrazione civile

Lo stile pare semplice, ma è pieno di trappole emotive: la Trotta nasconde le ferite tra le righe, lascia che sia il lettore a riconoscerle. In questo il libro ricorda le grandi narratrici civili del Novecento: Anna Banti, Ada Gobetti, oppure – in tempi più vicini – la stessa Dacia Maraini, con cui condivide la capacità di trasformare il privato in testimonianza politica. Il valore di questo volume non è solo letterario. È etico. Leggerlo oggi significa compiere un gesto di responsabilità verso la Storia: riconoscere che la libertà è fatta di memoria, che ogni conquista poggia su vite che spesso non hanno ricevuto applausi. “Non volevamo una statua – scrive – ma che qualcuno ricordasse i nostri passi”. “Memorie e brevi ricordi personali e di famiglia” è dunque molto più di un diario: è uno specchio rovesciato da cui guardare il presente con occhi più grati, più vigili, più umani. Un libro destinato a restare e ad entrare nelle scuole. Da far leggere alle ragazze e ai ragazzi di oggi.

Damiano Mastrolia e Ornella Trotta

Un libro ritrovato

Il volume

Un libro ritrovato

Quel libriccino, consunto dal tempo, appartiene al mio lessico familiare: lo ebbi tra le mani da bambina, lo persi chissà dove. L’ho ritrovato oggi – per un curioso gioco del destino – grazie al nipote Damiano Mastrolia che me ne ha fatto dono.

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di Ornella Trotta

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