Napoli, il mio Cape Canaveral: Massimo Pica Ciamarra e la sfida dell’abitare lo spazio”
Dalla Napoli delle stratificazioni e delle visioni alla conquista dello spazio: l’architetto Massimo Pica Ciamarra continua a esplorare i confini del possibile. Professore, progettista e teorico, fondatore del Center for Near Space, Pica Ciamarra non immagina colonie marziane, ma una nuova umanità capace di imparare dal cosmo per abitare meglio la Terra. Tra filosofia, etica e progettazione, il suo pensiero si muove nell’orbita dell’“OrbiTecture”: un’architettura che non separa scienza e poesia, ma le fonde in un’unica visione planetaria.
Professore, lei è partito da Napoli e adesso progetta in orbita. Napoli è il suo Cape Canaveral? È da Napoli che ha imparato a immaginare lo spazio come luogo di vita e non solo di tecnica?
“Dieci anni fa il nuovissimo Frecciarossa 1000 si bloccò in piena campagna costringendo poi tutti a entrare, tramite un’incredibile e stretta passerella aerea, in un altro treno venuto in soccorso: strana occasione d’incontro con un amico che mi portò a entrare in contatto con il nascente Center for Near Space. Da qui costanti incontri e lavoro di ricerca fra personalità con saperi diversi e poi con nuove competenze invitate “a salire a bordo”.
Convinto che la qualità degli ambienti di vita abbia forte incidenza sulle attività umane, ho cercato di portare nello Spazio ambizioni terrestri che mi hanno sempre animato. Considerando nata “paleolitica” la Stazione Spaziale tuttora attiva, abbiamo cominciato a ragionare su come sostituirla, su come realizzare una prossima integrata e accogliente, perché intrecci diversità, abbia ambienti piacevoli e quindi anche meglio produttivi”.

Lei rovescia l’immaginario di Elon Musk: non sogna colonie marziane, ma un ritorno alla Terra attraverso lo spazio. Non propone di esportare i nostri errori, bensì di imparare dal Quarto Ambiente come correggerli. È un gesto politico, etico o poetico?
“Sembra elementare tendere ad agire nel Quarto Ambiente – sulla Luna o su Marte – non riportando lì quanto dall’avvio dell’Antropocene continuiamo a fare qui, sulla Terra. Questa l’origine dell’”approccio planetomorfico” per lo SpaceHub, dell’”approccio archeologico” nell’intervenire sulla Luna, dell’“approccio micro-terraforming” per avviare una presenza stabile su Marte. Ragionando con le tante competenze del CNS, siamo stati spinti ad approfondire temi che sulla Terra a volte si trascurano. Si, quindi impariamo dal Quarto Ambiente e cerchiamo approcci più idonei anche per il progettare qui”.
Lei ha parlato di “OrbiTecture”, una parola che contiene insieme orbita e architettura. Può spiegarci come questa idea nasce e in cosa differisce dalla semplice ingegneria spaziale?
“OrbiTecture” è un neologismo nato esattamente 50 anni dopo “Urbatecture” coniato da Jan Lubicz Nycz per illustrare i suoi “grattacieli a cucchiaio”, megastrutture a funzioni multiple proposte per Tel Aviv. Bruno Zevi esaltò questo assunto con l’obiettivo di evitare l’impropria scissione fra urbanistica e architettura, al tempo stesso di superare ogni anacronistica distinzione funzionale.
Lo SpaceHub, che lei definisce “planetomorfico”, non è solo un progetto tecnico ma quasi una città ideale in orbita. È questa la nuova polis, dove l’uomo si riconcilia con i propri limiti?
“No. La definizione di “planetomorfico” nasce al termine del progetto per lo SpaceHub. Un progetto costruito tramite una serie di ragionamenti anche banali: rispetto a qualsiasi altra forma, quella sferica contiene la massima volumetria. Sapendo che inviare ogni kg di materia costa oltre 10.000 $, più che mandare nello spazio componenti prefiniti da assemblare, certamente più semplice ed economico inviare materiali gonfiabili e materiali sfusi con i quali creare – in assenza di gravità e con stampanti 3D – strutture leggere e idonee. Poi toroidi rotanti a distanze opportunamente calibrate per ottenere ambienti dove vivere con gravità lunare o marziana. Da questa esperienza abbiamo capito che – non solo per alimentarsi – per le varie esigenze vitali la quantità di “verde” deve essere circa 2/3 delle superfici globali.
Quindi non siamo partiti da ipotesi di forma, ma abbiamo raggiunto con incredibile progressiva naturalezza una forma “approvabile anche dalla Soprintendenza Divina”.

Professore, in fondo anche Napoli è una città “planetomorfica”: vive in bilico tra terra, mare e cielo, caotica e perfetta come un piccolo universo. Crede che l’anima napoletana, con la sua capacità di accogliere, mescolare e sopravvivere, sia un modello anche per abitare il cosmo?
“Può darsi. In “Dduje Paravise (1925), due vecchi suonatori di concertino dal Paradiso chiedono a San Pietro di farli tornare a Napoli perché “’O Paraviso nuosto è chillu llà”. Quindi, per usare sempre la nostra lingua, “Si nun è ‘o vero, è bello ‘o crerere”!
Ritiene che la triade vitruviana, “utilitas, firmitas, venustas”, sia ormai inconcepibile sulla Terra. Dobbiamo leggere questa affermazione come il segno di una crisi dell’architettura contemporanea, o come la necessità di pensare l’architettura non più come forma autonoma ma come sistema di relazioni viventi?
“Credo che l’“architettura” sia una forma elitaria del costruire: inopportuno distinguerla dall’edilizia.
Dobbiamo avere interesse per gli “ambienti di vita”: includono costruito e non-costruito, paesaggio, valori materiali, immateriali e così via. Gli ambienti di vita sono dinamici, si completano continuamente; l’architettura invece si contempla.
La triade vitruviana sostiene l’autonomia della singola costruzione. La diversa triade – Ambiente / Paesaggi / Memoria – porta a riflettere sulle relazioni a ogni scala: da quella planetaria per le questioni ambientali; a quella di ogni singola comunità; a quella dei singoli luoghi dove si interviene.
La “poetica del frammento” afferma il prevalere dell’interesse per la qualità degli ambienti di vita rispetto a quello – importante, ma dopo tutto secondario – dei singoli episodi”
“L’idea di sistema chiuso nello spazio riflette una condizione terrestre sempre più fragile. È questo il nuovo compito dell’architetto: educarci al limite, alla rigenerazione, alla consapevolezza ecologica?
Esatto! Anche se – così più o meno diceva uno dei miei riferimenti – il costruito è troppo importante per lasciarlo in mano ai soli architetti.
Comunque il compito degli architetti oggi è spesso più difficile di quello degli archeologi che, dai singoli frammenti, cercano di ricostruire il senso che un tutto aveva in passato. Oggi noi progettisti siamo sempre più oberati da un insieme nel quale prevalgono preesistenze ed errori ancora recenti. Abbiamo quindi il difficile compito – tramite interventi quanto più semplici possibile – di dare senso a quanto senso non ha mai avuto … “.
L’architettura, come la musica, nasce dal convivere, è un caso che la sua idea di città e di stazione spaziale ruoti intorno alla socialità, più che all’individualismo moderno
“Esatto ! Ormai si è avverata una datata profezia di Jacob Burckhardt: i semplificatori terribili dominano in ogni settore.
Una cosa però sono gli egoismi dei committenti e narcisismi dei progettisti, altra – come sosteneva John Ruskin nel 1848 – “l’architetto non lavora per sé, ma per il bene comune”. Anche in una stazione spaziale non è secondaria la socialità; il nostro SpaceHub prevede una comunità di 100 persone fra ricercatori, personale e turisti.
Lei evoca una “Dichiarazione dei doveri dell’uomo” accanto a quella dei diritti. È un atto di responsabilità verso il pianeta o un cambio di paradigma politico più ampio?
“L’abbiamo lanciata nel 2008, in occasione del cinquantenario de “Le Carrè Bleu” alla “Citè de l’Architecture et du Patrimoine” di Parigi. Riguarda i doveri dell’uomo rispetto ad habitat e stili di vita di vita nel rispetto delle diversità, quindi come atto di responsabilità verso il pianeta.
Più vicino a un cambio di paradigma politico “Sette conversioni” (2022) – dall’Antropocene all’Ecocene – sul come interrompere uno de “Gli otto peccati capitali della nostra civiltà” che Konrad Lorenz analizzò nei primi anni ’70.
Il bello é che la Biennale di Architettura di Pisa ospita un video del CNS, Center for Near Space, esperienza nata a Napoli e cresciuta in dialogo con astrofisici, ingegneri e filosofi. Si può parlare di un ponte fra ricerca e visione umanistica dell’abitare?
“Certamente. Il video del CNS sintetizza il sogno della Città Cislunare e mostra i diversi approcci all’abitare con il variare dei contesti.
Approccio diverso, ma coerente con “Nature”, tema della Biennale di quest’anno in linea con la sua storia”.
Da architetto napoletano, figlio di una città che ha sempre vissuto in equilibrio tra caos e bellezza, quanto di Napoli c’è nel suo modo di pensare lo spazio?
“Da 2.500 anni questa città è uno straordinario intreccio di stratificazioni (e contraddizioni), la sua confusione è alla base di vivacità e creatività proverbiali. Al di fuori di ogni stereotipo, alla sua vera scala Napoli contiene simultanei elevato degrado e massime qualità.
Per me impensabile non tornare sempre qui, pur se di qui non poco non condivido. Nel mio modo di pensare lo spazio c’è l’insofferenza per ogni confine, il desiderio di sguardi traforati/traforanti, di articolazioni impreviste”.
Crede che il futuro dell’architettura sarà nello spazio, o nel modo in cui sapremo riportare lo spazio dentro la Terra?
“I futuri possibili sono molti, alternativi, soprattutto una cosa sono se a 30 anni, un’altra se a 100, un’altra se in tempi ancora più lontani. Inoltre è certo che “gli antichi siamo noi”, ma in senso del tutto opposto rispetto a quello che intendeva Bacone auspicando la ripresa di un passato glorioso. Oggi siamo gli antichi del futuro, destinati a essere superati.
Il futuro è condizionato dal passato ma molto dipende dall’oggi: in parte si crea, in parte lo si immagina, in parte è “impensato” o impensabile.
Oggi mi accontenterei di poter contribuire a migliorare gli ambienti di vita, qui sulla Terra, anche con quanto man mano emerge riflettendo o sperimentando nel Quarto Ambiente”.
Napoli, il mio Cape Canaveral: Massimo Pica Ciamarra e la sfida dell’abitare lo spazio”