Dopo il successo de I tre appuntamenti, Antonio Borsa torna in libreria con Profumo di viole sfiorite, pubblicato da La Ruota Edizioni. Un romanzo intenso, nato dall’urgenza di dare voce a chi non ce l’ha. L’autore campano affronta senza filtri i temi della salute mentale e del disagio giovanile, trasformando il dolore in un invito alla resilienza.

 

Antonio Borsa

 

Antonio, ci racconta come è nato Profumo di viole sfiorite?

 

«Profumo di viole sfiorite non è nato per caso, ma da un’urgenza che porto dentro da sempre: scrivere per chi non ha voce. Ho sempre creduto che la letteratura, quando si intreccia al sociale, smetta di essere solo bella e diventi necessaria. Questo libro è la mia risposta a un silenzio che fa troppo rumore. Tutto è iniziato con una poesia di mio padre, Alfredo Borsa. L’aveva scritta a 15 anni, per un ragazzo che si era tolto la vita. Un dolore antico, ma che brucia ancora. In quella poesia c’è un verso che non mi ha mai lasciato: “Nella mia valigia non ci sarà spazio per il profumo delle viole”.

 

Nella mia valigia non ci sarà spazio per il profumo delle viole

 

 

Le viole, piccoli fiori umili, ma con un profumo che ti entra nell’anima. Regalo di primavera, promessa di gioia. Eppure quel ragazzo le aveva rifiutate. Non perché non le amasse, ma perché il suo mondo era diventato così grigio che nemmeno quel profumo poteva raggiungerlo, come se le viole fossero sfiorite prima ancora di sbocciare. Da lì è nato il romanzo.

Non una storia di pietismo, ma un grido per tutti i ragazzi che oggi si sentono persi, che vedono solo muri, che pensano di non valere niente, che credono che la loro valigia sia già piena di fallimenti. Questo libro è per loro. Per dire: anche se le tue viole sembrano appassite, c’è ancora profumo da salvare. C’è ancora vita da vivere. Ho scritto ogni pagina pensando a quel ragazzo. E a tutti quelli che, come lui, hanno bisogno di qualcuno che ricordi loro: tu non sei solo. E il tuo profumo, anche se debole, merita di essere respirato».

 

Rompere il silenzio scavando dentro di sé

 

 

Nel libro affronta temi molto delicati come la salute mentale e il suicidio. Quanto è stato difficile dare voce a un dolore spesso taciuto?

 

«Dare voce a un dolore come quello della salute mentale e del suicidio è stato difficile e, vi confesso, a tratti terrificante. Quel silenzio che avvolge questi temi non è vuoto: è pieno di vergogna, di paura, di giudizi. È il silenzio di chi si sente sbagliato solo perché soffre. Di chi pensa: “Se parlo, divento un peso”. Di chi, alla fine, sceglie di andarsene senza dire addio. Ho voluto rompere quel silenzio scavando dentro di me, dentro le storie che ho ascoltato, dentro le ombre che ho visto crescere nei ragazzi in difficoltà.

Ho scritto notti intere con le mani che tremavano, perché ogni pagina era un “e se non bastasse?”. Camminavo su un filo sospeso tra due abissi: il rischio di banalizzare il dolore da un lato, il terrore di non dire abbastanza dall’altro. Ma il vero tradimento sarebbe stato tacere. Se anche una sola persona, leggendo, si sente meno sola, allora quelle viole sfiorite avranno lasciato un profumo. E io, per quello, sono disposto a tremare ancora».

 

Non mollare, potresti cedere sul più bello

 

L’appello del protagonista Ryan “Non mollare, potresti cedere sul più bello” è un chiaro invito alla resilienza. In una società che spesso ignora o sminuisce il disagio emotivo, come possiamo imparare ad andare avanti?

 

«Il messaggio di Ryan nasce dalla convinzione che anche nei momenti più bui c’è una scintilla che può guidarci avanti. In una società che spesso ignora il disagio emotivo, imparare a riconoscere e accogliere le proprie emozioni è il primo passo. Non si tratta di ignorare la sofferenza, ma di darle uno spazio, parlarne, condividere il peso con chi ci sta vicino o con chi sa ascoltare senza giudizio.

 

Ogni piccolo gesto di cura verso se stessi – un pensiero gentile, un passo verso un obiettivo, un respiro profondo – diventa un atto di resilienza. Andare avanti significa anche permettersi di essere fragili senza sentirsi sbagliati. La forza più vera nasce proprio dalla capacità di rialzarsi, anche quando sembra impossibile. Ryan ci ricorda che la luce spesso arriva proprio quando stiamo per cedere: è lì che la speranza trova la sua voce più forte.

 

E poi c’è una cosa che non si insegna, ma si sente: la resilienza non è non cadere. È cadere e rialzarsi con le ginocchia sanguinanti, ma gli occhi ancora aperti. Ryan non è un eroe, ma un ragazzo rotto che sceglie di non buttare via i pezzi. E se lo fa lui, con le sue cicatrici e i suoi “non ce la faccio”, allora possiamo farlo anche noi».

 

Grazie Mille è un inno alla gratitudine

 

La musica di Max Pezzali fa da colonna sonora all’intera narrazione. Perché ha scelto proprio le sue canzoni e a quale brano si sente più legato?

 

«Max Pezzali è il mio cantante preferito, uno di quei pochi artisti capaci di raccontare la vita vera – senza filtri, senza eroi, senza retorica. Non potevo non fare delle sue canzoni la colonna sonora del romanzo. Nei suoi testi ci sono le nostre paure, le scelte sbagliate, le persone che abbiamo perso e quelle che non abbiamo avuto il coraggio di tenere.

 

Quando ero ragazzo, ascoltare gli 883 significava sentirsi meno soli; da adulto, significa riconoscersi. Ogni canzone è un promemoria di umanità. Grazie Mille, in particolare, è un inno alla gratitudine, alla vita e alla bellezza delle piccole cose. In un mondo che corre sempre più veloce, quelle parole ricordano che ogni gesto, ogni incontro, ogni emozione conta. Mi ha accompagnato nei momenti di difficoltà e di gioia, diventando quasi una colonna sonora del mio percorso. Per questo l’ho voluta anche nel romanzo: condividere la gratitudine è un piccolo atto di resistenza e di speranza».

 

Scrivere è curare

 

Lei è un informatore farmaceutico. In che modo la sua formazione scientifica convive con la sua passione per la scrittura?

 

«La biologia mi ha insegnato che tutto ciò che vive lotta per restare vivo. Studiare la vita a livello cellulare mostra quanto l’esistenza sia fragile e tenace allo stesso tempo. Ogni organismo, anche il più piccolo, trova un modo per resistere, per adattarsi, per rinascere.

 

Come informatore farmaceutico ho imparato a guardare il dolore non come concetto astratto, ma come qualcosa di concreto, misurabile, che attraversa i corpi e le vite reali.

Nei miei romanzi l’animo umano non è idealizzato: lo osservo come osserverei un fenomeno naturale – con rispetto, curiosità e senza giudizio. La scienza mi ha insegnato a non avere paura della complessità; la scrittura a darle voce. In fondo, scrivere e curare non sono così diversi: in entrambi i casi cerchi un modo per riconnettere ciò che è spezzato».

 

La scrittura è un ponte tra le persone

 

Presentazioni, incontri con le scuole, conferenze sulla salute mentale: quali sono i feedback più toccanti che ha ricevuto dai lettori o dagli studenti?

 

«Ogni incontro lascia un segno. Una ragazza mi ha detto che il romanzo le ha fatto trovare il coraggio di parlare del suo disagio con i genitori; un ragazzo mi ha scritto che per la prima volta si è sentito capito e meno solo. Spesso, sono i silenzi carichi di emozione a parlare più delle parole: occhi lucidi, mani che stringono le mie, pause che raccontano storie intere.

 

Questi feedback mi ricordano che la scrittura non è solo narrazione, ma un ponte tra le persone, un piccolo gesto di cura che può accendere speranza anche dove sembrava impossibile. Sono testimonianze di resilienza, di vita che rinasce, e ogni volta mi emozionano profondamente».

 

Sta già lavorando a un nuovo progetto letterario?

 

«Prima di pensare a un terzo libro, voglio che Profumo di viole sfiorite faccia il suo cammino. Non per numeri, ma perché credo profondamente nei temi che contiene – solitudine, rinascita, fragilità, speranza – e vorrei che arrivassero a quanta più gente possibile.

Questo romanzo non è solo una storia: è una voce che parla a chi non ne ha più una. Finché non avrà raggiunto quelle persone, io non mi sentirò pronto a voltare pagina.

Detto questo, sì, sto già lavorando a un terzo romanzo. Sarà più intimo, raccolto, ma sempre legato al sociale. Racconterà non tanto cosa accade fuori, ma cosa accade dentro quando la vita ti costringe a ricominciare da zero. Non uscirà prima di due o tre anni. Alcune storie hanno bisogno di maturare in silenzio, proprio come fanno le ferite prima di diventare cicatrici».

 

È nel bello che nasce la speranza

 

Cos’è il bello per Antonio Borsa?

 

«Per me, il bello è la vita stessa, nelle sue infinite sfumature. È la luce che filtra attraverso le nuvole nei giorni di tempesta, il sorriso inatteso di uno sconosciuto, la gentilezza che non chiede nulla in cambio. È la forza di rialzarsi dopo una caduta, la capacità di perdonare, di amare senza riserve, di trasformare il dolore in speranza.

È nei legami che costruiamo, nella cura che offriamo agli altri e a noi stessi, nella passione che mettiamo in ciò che facciamo. Il Bello non è solo estetica o armonia: è autenticità, è la verità che vibra dentro di noi, è la resilienza che ci fa andare avanti quando tutto sembra perduto.

È il colore della vita che ci rende unici, fragili e straordinariamente umani. Ogni volta che scrivo, incontro, ascolto o condivido, cerco di riconoscere il bello ovunque, perché è lì che nascono speranza, coraggio e la scintilla che rende degna ogni storia».

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di Mariana Cavallone

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