La crisi del quotidiano La Repubblica , rappresenta fedelmente il declino della Sinistra italiana, ponendo molte incognite anche sul futuro dell’Italia.
Il quotidiano romano, nato nel 1976 da una costola del settimanale L’Espresso, grazie alle intuizioni del direttore Eugenio Scalfari e dell’editore Carlo Caracciolo,
nel giro di poco tempo, cambiò radicalmente il modo di concepire la carta stampata, facendo invecchiare in un solo colpo tutti gli altri giornali.
Un format agile, giovanile, intelligente che rispondeva alle esigenze di modernità di un pubblico che voleva nuovi riferimenti identitari ed un linguaggio chiaro.
Fu il periodo d’oro delle grandi firme, come Giorgio Bocca, Enzo Biagi, Sandro Viola, Gianpaolo Pansa, Bernardo Valli e tanti altri ancora.
I riferimenti politici e culturali riflettevano la formula del “compromesso storico”, mettendo insieme la parte riformatrice della DC con il PCI e strizzando l’occhio al mondo laico discendente dal Partito d’Azione. Quella fase storica, fu breve ed intensa e finì drammaticamente con l’uccisione di Aldo Moro.
La Repubblica, oltre a raccontare la politica, ebbe l’ambizione di influenzarla e di farla, più o meno direttamente, riuscendoci spesso.
A tal scopo, Scalfari fu abile nel creare una rete trasversale di giornalisti, scrittori, docenti universitari, politici di area, magistrati, banchieri, fino a diventare un sinedrio di intelligenze laiche che, in nome di temi nobili come la questione morale ed il rinnovamento dello Stato, auspicavano la disarticolazione degli equilibri politici del tempo, identificati nella maggioranza parlamentare del Pentapartito.
L’ asse DC-Psi con gli altri partiti laici sembrava inaffondabile nonostante le campagne di stampa de La Repubblica, venendo ad assumere sempre più il ruolo di “house organ” di una opposizione che appariva condannata a restare tale per sempre.
La spallata decisiva venne dall’esterno con le inchieste giudiziarie, dove quasi tutte le Procure della Repubblica misero a ferro e a fuoco il sistema dei partiti, inaugurando la stagione di Mani Pulite. Azione giudiziaria preceduta dalle campagne referendarie che introdussero la preferenza unica ed il sistema uninominale, vero e proprio viatico, negli anni a venire, per il sistema dei listini bloccati e dei nominati.
In entrambi i momenti, il quotidiano La Repubblica fu il principale megafono delle campagne di delegittimazione dei partiti, finendo per fare da apripista proprio a quel populismo ed al sentimento di antipolitica che ha fatto danni irreversibili, contribuendo a formare una classe dirigente inadeguata, frutto della decapitazione di quella precedente.
La Sinistra dei partiti, del sindacato, delle lotte operaie, delle conquiste sociali, venne rapidamente sostituita dalla Sinistra delle redazioni giornalistiche, dei salotti culturali, delle elitès accademiche e professionali, smettendo di parlare e di capire i ceti popolari.
Paradossalmente il rigore dei governi tecnici, da Ciampi a Monti, da Dini a Draghi, passando per Romano Prodi ebbero un forte imprimatur dal “Partito di Repubblica”.
E se oggi l’astensionismo è così dilagante, consegnando il governo del Paese alla destra sovranista, molte responsabilità sono da ascrivere a quel mondo giornalistico convinto di essere depositario della verità, in base ad un supposto primato culturale e morale, agendo in sintonia più con le agende delle banche di affari sulle privatizzazioni e sulle liberalizzazioni, piuttosto che sulla difesa dello stato sociale.
La Politica, quella vera, per essere credibile, non può agire sotto dettatura di circoli giornalistici o di corporazioni.
Questo è purtroppo l’epilogo di un ciclo di circa 50 anni, reso ancora più avvilente dal fatto che oggi non ci sia un ipotetico compratore italiano, di destra o di sinistra, disposto a scommettere su questa impresa giornalistica.
Nè un “editore puro”, come si vantava di essere Eugenio Scalfari nel primo decennio di vita di Repubblica (salvo poi smentirsi vendendo il suo pacchetto di maggioranza al socio Carlo De Benedetti, che editore puro non lo era affatto, realizzando plusvalenze miliardarie…),
nè una famiglia di industriali italiani (o meglio, ex industriali) come la famiglia Agnelli-Elkann, attuali proprietari, presi dalla smania frettolosa di liberarsi tanto dei gioielli di famiglia che assicuravano profitti sicuri, quanto dei rami secchi, fonte di perdite e di minusvalenze.
Un sintomo inquietante del nostro sistema Paese, come se non convenisse più restare in Italia, sia per fare impresa, che per fare informazione. Una sorta di “si salvi chi può” dal sapore sinistro per il futuro della nostra Nazione, che richiama quasi l’invito di Eduardo fatto ai giovani napoletani:
“fujtevenne”.