Eboli – Aula consiliare “Isaia Bonavoglia”, venerdì pomeriggio. Sullo sfondo, lo slogan netto: «La riforma non migliora la giustizia». In platea, un pubblico attento.
Sul tavolo dei relatori, il giudice Roberto D’Auria, componente del Consiglio Superiore della Magistratura, chiamato a illustrare le ragioni tecniche del “no” al referendum costituzionale sulla separazione delle carriere.
L’incontro, promosso dal Comitato per il No, è stato moderato dalla scrivente e ha visto gli interventi degli avvocati Enrico Tortolani e Luigi De Lisio. Ma è stata soprattutto la relazione di D’Auria a segnare il tono della serata: un intervento asciutto, scandito da esempi concreti, privo di enfasi ideologica e concentrato sull’architettura costituzionale.
Il punto di partenza è stato il principio della separazione dei poteri, richiamando Montesquieu: “Il potere deve frenare il potere”. Secondo D’Auria, il tema non è la legittima dialettica politica sulla giustizia, ma l’equilibrio tra organi dello Stato. “Quando si interviene sull’assetto costituzionale della magistratura – ha spiegato – non si modifica soltanto un meccanismo interno, ma si tocca un equilibrio che incide sulla qualità stessa della democrazia”.
La riforma introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, il doppio Csm, un’Alta Corte disciplinare e un nuovo sistema elettorale con ricorso anche al sorteggio. Su ciascun punto D’Auria ha offerto un’analisi tecnica, ma è stato sugli esempi storici che il suo intervento ha assunto maggiore forza.
Ha ricordato il caso Enzo Tortora, simbolo di un errore giudiziario che ha segnato la coscienza civile del Paese. “Quella vicenda – ha sottolineato – dimostra quanto siano decisive le garanzie, il contraddittorio, la cultura della giurisdizione. Le riforme si fanno per rafforzare questi presìdi”.
Poi il riferimento al recente caso di Rogoredo e al decisivo ruolo del pubblico ministero.
Uno dei passaggi più seguiti è stato quello dedicato al rapporto tra pubblico ministero e giudice. D’Auria ha ricordato che già oggi le funzioni sono separate e che i passaggi da una funzione all’altra sono rigidamente regolati. “L’indipendenza del pubblico ministero – ha affermato – è una garanzia per il cittadino, non un privilegio per il magistrato. Se il pm diventa parte di un circuito distinto e potenzialmente più esposto all’influenza del potere esecutivo, il rischio è quello di indebolire l’equilibrio complessivo”.
Quanto al sorteggio per la composizione dei Consigli superiori, ha invitato a non confondere la critica al correntismo con soluzioni che potrebbero incidere sulla rappresentatività.
Negli interventi gli avvocati Tortolani e De Lisio hanno posto questioni provocatorie sul rapporto tra avvocatura e magistratura, sollecitando un confronto franco.
Interessanti anche l’intervento del sindaco Mario Conte e l’intervento di Gerardo Rosania, il quale ha rimarcato come l’esposizione del consigliere Roberto D’Auria sia stata non solo chiara, ma autenticamente chiarificatrice, capace di rendere comprensibile un contesto tecnico e molto complesso.
Ampia attenzione è stata poi dedicata a un punto cruciale: il referendum, è stato ribadito, non affronta né risolve i nodi strutturali della giustizia italiana – dai tempi lunghi dei processi alla certezza della pena – poiché interviene esclusivamente sull’assetto costituzionale della magistratura, e proprio per questo richiede un voto informato, libero da equivoci e semplificazioni.
La chiusura è stata affidata a un richiamo netto: “Quando si tocca l’equilibrio dei poteri, non si cambia soltanto una norma. Si incide sul modo in cui funziona la democrazia”. Un messaggio che ha sintetizzato il senso della serata.
L’applauso finale ha suggellato un confronto civile, nel quale il “no” è stato argomentato più con esempi che con parole d’ordine.