NAPOLI. Assistere alla conferenza Utopia d’Arte Totale: Hermann Nitsch e Harald Szeemann curata da Gianpaolo Cacciottolo (Università degli Studi di Salerno), significa immergersi in un capitolo cruciale della storia dell’arte contemporanea: quello in cui la mostra smette di essere una semplice esposizione di oggetti per diventare un’opera d’arte in sé, e il curatore si trasforma in un compagno di strada dell’artista, un visionario che “mette in scena” l’invisibile.

Harald Szeemann: l’invenzione del curatore moderno
Prima di Harald Szeemann, il direttore di museo era un custode di tesori. Con la leggendaria mostra When Attitudes Become Form (1969) e la sua direzione di Documenta 5 (1972), Szeemann ha scardinato ogni gerarchia.
Per lui, il curatore non è un burocrate, ma un “autore di mostre”.
Szeemann ha introdotto il concetto di “Mitologie Individuali”: l’idea che ogni artista costruisca un proprio sistema di segni, un mondo privato che il curatore ha il compito di tradurre in spazio pubblico. La sua ricerca del Gesamtkunstwerk (l’opera d’arte totale) non era un vezzo estetico, ma la volontà di ricongiungere l’arte alla vita, il sacro al profano, il corpo alla mente. In questo scenario, l’incontro con Hermann Nitsch era inevitabile: il Teatro delle Orge e dei Misteri di Nitsch è, per definizione, il culmine dell’utopia szeemanniana, dove l’azione performativa coinvolge tutti i sensi e punta a una catarsi collettiva.
Peppe Morra e la “Nuova Atlantide”: l’utopia dell’hic et nunc
Il discorso iniziato da Szeemann trova oggi una continuazione organica e radicale nella figura di Giuseppe (Peppe) Morra. Se Szeemann ha rivoluzionato l’istituzione dall’interno, Morra ha creato un’istituzione “altra”, fondata su un rapporto simbiotico con l’artista. Il progetto Atlantide / Nuova Atlantide a Caggiano rappresenta l’evoluzione ultima di questa visione, configurandosi non come un semplice spostamento di opere da Napoli, ma come un’operazione filosofica di decentramento e ritorno alla natura.

A Caggiano, l’arte trova una dimensione di ascolto che sfugge alla saturazione urbana, trasformando il paesaggio in un laboratorio sperimentale ispirato alla New Atlantis di Francesco Bacone. Qui, l’arte, la scienza e la natura convergono per esplorare il futuro dell’uomo attraverso l’utopia del “qui e ora”.
Per Morra, infatti, l’arte non è documentazione ma presenza pura: un luogo di consapevolezza dove l’individuo può riappropriarsi del proprio tempo e del proprio essere biologico e spirituale.
L’amicizia come metodo: Nitsch, Szeemann, Morra
Il filo rosso che lega Szeemann e Morra è il modo di guardare l’artista. Per entrambi, l’artista non è un fornitore di opere, ma un compagno di vita.
Morra è sempre stato presente, in ogni aspetto; per me è un amico, allievo, maestro, editore, gallerista, mecenate. — Hermann Nitsch

Il legame cinquantennale tra Morra e Nitsch (iniziato nel 1974) rispecchia la dedizione assoluta che Szeemann riservava ai suoi “protagonisti”. Entrambi i curatori/mecenati vedono nell’artista un tramite verso l’assoluto.
Non c’è distacco critico, ma partecipazione estatica.
Mentre il sistema dell’arte contemporanea si piega spesso alle logiche del mercato e del prodotto, l’eredità di Szeemann e l’azione attuale di Morra ci ricordano che l’arte è un atto di resistenza.
Che sia tra le sale della Kunsthalle di Berna o tra i vicoli di Caggiano, l’obiettivo resta lo stesso: trasformare la vita in un’opera totale, un’utopia che non è “nessun luogo”, ma un “altrove” possibile, da vivere proprio qui, proprio ora.