Otto bambini, di età compresa tra uno e 14 anni, sono stati uccisi all’alba di domenica in una sparatoria a Shreveport, in Louisiana. Il bilancio complessivo è di dieci persone colpite.
Secondo le prime ricostruzioni, sette delle vittime erano figli dell’aggressore, un uomo di 31 anni, veterano dell’esercito. La madre dei bambini è rimasta ferita ed è attualmente ricoverata in ospedale.
L’uomo avrebbe aperto il fuoco in due abitazioni, per poi fuggire a bordo di un’auto rubata. È stato successivamente ucciso dalla polizia al termine di un inseguimento.
All’interno di una delle case sono stati ritrovati sette dei bambini. L’ottava vittima è stata trovata sul tetto, dove avrebbe cercato di mettersi in salvo.
Si tratta della sparatoria più letale negli Stati Uniti degli ultimi due anni. Le motivazioni del gesto restano, al momento, sconosciute.
Ci sono notizie che non chiedono commenti.
Poi, quando il rumore si abbassa, resta una domanda che non riguarda solo quel fatto, ma tutto ciò che gli sta intorno: che cosa facciamo, davvero, del dolore degli altri?
La sparatoria in Louisiana (un 31enne, veterano, otto bambini uccisi nella sua stessa casa, sette dei quali suoi figli) è una di quelle notizie che ti tolgono l’aria.
Non si spiegano. Non si semplificano. Non si usano.
Non so se questo caso abbia a che fare con il trauma della guerra. Non lo so, e non voglio dirlo. Sarebbe scorretto. Sarebbe comodo. Sarebbe uno di quei ragionamenti pronti che servono più a noi per sentirci intelligenti che a capire qualcosa.
Però una cosa la so.
Che da decenni esiste un dolore che vediamo e scegliamo di non guardare fino in fondo.
È il dolore di chi torna.
Negli anni ’70, quando ancora non avevamo tutte le parole di oggi, Taxi Driver lo raccontava già. Travis Bickle non era solo un uomo disturbato. Era un uomo lasciato solo. Un reduce che torna in una società che non sa cosa farsene di lui. Che non lo capisce. Che non lo vuole davvero capire.
Oggi abbiamo le parole giuste: disturbo post-traumatico da stress, supporto psicologico, percorsi di reinserimento.
Le parole ci sono. Il problema è che spesso restano parole.
Perché il punto è scomodo, e allora lo spostiamo sempre un po’ più in là.
Mandiamo persone in guerra, le addestriamo alla violenza, le abituiamo a vivere nell’allerta costante, a distinguere tra vita e morte in una frazione di secondo.
E poi le riportiamo a casa chiedendo loro di tornare normali. Subito. In silenzio. Senza disturbare.
Come se si potesse spegnere tutto con un interruttore.
Non funziona così.
E non è una questione solo americana, solo militare, solo di “altri”. È una questione culturale.
Riguarda il modo in cui trattiamo il disagio psicologico in generale: lo riconosciamo quando esplode, lo ignoriamo quando cresce.
Ci indigniamo davanti alla tragedia (come quella in Louisiana, dove una famiglia intera è stata spezzata dall’interno), ma raramente ci interessiamo al percorso che ci arriva. E allora no, non so se questo caso c’entri qualcosa con tutto questo.
Ma so che questo discorso andrebbe fatto comunque. Perché ogni volta che una storia del genere emerge, noi guardiamo il punto finale.
Il gesto. L’orrore. Il titolo.
Quasi mai guardiamo ciò che c’era prima. E invece è lì che si gioca tutto.