Nella penombra di un locale al Cairo, un ragazzo di ventisette anni beve un tè. Parla con passione della sua ricerca sui sindacati indipendenti e sulle condizioni degli ambulanti egiziani. Quello che sembra un normale incontro di lavoro, però, nasconde un tradimento: l’uomo seduto di fronte a lui, che dovrebbe rappresentare proprio quei lavoratori, lo sta filmando di nascosto.

 

È un video destinato ai servizi segreti per incastrare il giovane come spia. Paradossalmente, quella stessa registrazione finirà per dimostrare il contrario, evidenziando come in un regime autocratico, persino fare ricerca venga percepito come una minaccia. Quel ragazzo è Giulio Regeni; l’ambulante, Mohamed Said Abdallah.

 

Il documentario che scuote le coscienze

 

Proiettato ieri, 17 luglio, per i giurati di Giffoni Impact, Giulio Regeni – Tutto il male del mondo è il toccante documentario firmato da Simone Manetti e distribuito da Fandango. Il film ricostruisce il sequestro, le torture e l’omicidio del ricercatore italiano trovato senza vita alle porte del Cairo il 3 febbraio 2016, incrociando materiali d’archivio e testimonianze del processo in corso a Roma.

 

È una pellicola che non fa sconti a nessuno: chiama in causa le promesse della politica e i legami diplomatici dettati dagli interessi economici nel Mediterraneo, mentre sullo schermo scorrono i nomi dei quattro funzionari della sicurezza egiziana imputati per il rapimento, la tortura e l’omicidio di Giulio: il generale Tariq Sabir, i colonnelli Athar Kamel e Uhsam Helmi, e il maggiore Magdi Sharif.

 

 

Il legame con il processo e l’attesa per la sentenza

 

Finiti i titoli di coda, si sono collegati da remoto i genitori di Giulio, Claudio Regeni e Paola Deffendi, e l’avvocata Alessandra Ballerini. Impossibilitati a raggiungere la Cittadella del Cinema a causa degli ultimi impegni processuali, hanno ricordato che la sentenza di primo grado è attesa per il prossimo 28 settembre.

 

«È stato un percorso lungo e difficile, emotivamente e fisicamente. Siamo arrivati fin qui anche se in pochissimi ci credevano. Noi, però, non abbiamo mai smesso di crederci» racconta Claudio Regeni.

 

Paola Deffendi, la madre di Giulio, sposta lo sguardo oltre l’aula del tribunale: «Ci auguriamo un’Italia vigile, migliore. Molto dipenderà dalla sentenza, ma siamo fiduciosi. I diritti umani appartengono a tutti».

 

Diritti umani e la responsabilità di scegliere da che parte stare

 

Il caso diventa così il punto di partenza per una riflessione più ampia. L’avvocata Alessandra Ballerini ricorda i rallentamenti nel procedimento e il clima di timore avvertito persino dai consulenti, per poi dilatare la riflessione:

 

«Ci aspettiamo un’Italia più consapevole. Non soltanto rispetto alle violazioni dei diritti umani in Egitto ma ovunque accadano senza che vi sia giustizia. Perché quando questo succede nessuno è davvero al sicuro».

 

Si arriva così al tema della responsabilità individuale, che interroga direttamente le coscienze dei ragazzi presenti nella Sala Verde.

 

«Giulio è stato vittima anche dei tradimenti di persone che gli erano vicine» osserva Ballerini. «Per paura o per interesse hanno scelto di voltarsi dall’altra parte. Questa storia ci insegna che ciascuno di noi è chiamato a scegliere da che parte stare».

 

Che cos’è la giustizia dopo dieci anni di battaglia

 

Il focus si è spostato poi sul ruolo delle istituzioni. I genitori di Giulio chiedono «comportamenti dignitosi, coerenza e rispetto» nei rapporti con quei Paesi che pretendono l’impunità dopo gravi violazioni dei diritti umani.

Un monito che arriva oggi, a dieci anni dall’inizio di una drammatica battaglia, durante la quale anche il concetto stesso di “giustizia” ha cambiato pelle: «Per noi oggi è una parola sospesa» spiega la famiglia Regeni.

«Giustizia significa ricostruire con precisione la verità dei fatti e restituire dignità a nostro figlio. Era un ricercatore universitario, non una spia. Un uomo che viveva con l’entusiasmo della passione il proprio lavoro».

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di Mariana Cavallone

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