Mentre il Consiglio dei ministri approvava, giovedì scorso, il disegno di legge che introduce una presunzione di imputabilità per i minori dai quattordici anni in su – capovolgendo il principio secondo cui spetta ai giudici di accertare caso per caso la capacità di intendere e di volere di un adolescente – ieri sera, nella Sala Truffaut del Giffoni Film Festival, è andata in scena un’altra risposta alle domande che oggi dividono il Paese: cosa dobbiamo, come comunità, a un ragazzo che ha sbagliato? Quanto facciamo per i ragazzi a rischio?
È stata la prima presentazione ufficiale de La Salita, esordio alla regia di Massimiliano Gallo, che ha scelto proprio il pubblico più esigente e più diretto – i giovani giurati di Giffoni – per il debutto.

Gallo è arrivato in sala con l’intero cast, e per quasi tre ore, fino alle ventitré, si è intrattenuto con calore ed empatia, rispondendo senza filtri alle domande dei ragazzi: sul film, su Eduardo, su cosa significhi, per un attore, mettere in scena un pezzo di storia vera che riguarda ancora oggi centinaia di coetanei chiusi in un istituto minorile. Un incontro che ha avuto la stessa naturalezza semplice e diretta del film che lo ha preceduto.
La Salita racconta una storia vera, forse oggi scomoda, ma necessaria.
Napoli, 1983. Il bradisismo ha reso inagibile il carcere femminile di Pozzuoli, e un gruppo di detenute viene trasferito, temporaneamente, nell’istituto penale minorile di Nisida. È una convivenza difficile: le donne si ribellano, gli animi si accendono, il direttore del carcere si trova a dover inventare una soluzione prima che tutto degeneri. La trova consegnando una telecamera a un detenuto e gli chiede di imparare a usarla in due giorni. È l’inizio, è un varco.
In quel varco entra Eduardo De Filippo, ottantatreenne, senatore a vita, che porta con sé il denaro necessario a ricostruire il teatro dell’istituto e un’idea di dignità semplice: «Piano piano ognuno può fare la sua strada – dice ai ragazzi – quando voi uscirete da qui, certamente voi uscirete, vi supplico non vi fate riportare alla vita criminale di prima. Non permettete a nessuno di rovinarvi la vita, e se non trovate qualcuno che vi aiuta, figli miei, aiutatevi da voi». È una frase che il film consegna come un testamento morale, e che Massimiliano Gallo – che di Eduardo ha interpretato più volte i testi teatrali, da Filumena Marturano a Napoli Milionaria- restituisce senza retorica: «Se non vi salvano gli altri, salvatevi da soli. Ognuno ha la responsabilità di recuperarsi».
Accanto a Eduardo (Mariano Rigillo), sul palco improvvisato di Nisida, recitano davvero i giovani detenuti e le detenute dell’istituto, insieme a Carlo Croccolo e Rosalia Maggio. Ma il film non si accontenta della cornice pedagogica: dentro il carcere nasce anche un sentimento che attraversa la rete che separa il reparto maschile da quello femminile. E’ un legame che convive, senza contraddizione, con la violenza che i ragazzi si portano dietro dal mondo fuori – quella stessa violenza che il teatro prova a interrompere.
È qui che La Salita svela la verità più scomoda: questo non è un film consolatorio. La salita va fatta, e non è mai automatica, non è garantita da nessuna legge né da nessun laboratorio teatrale. Il riscatto – sembra dirci Eduardo, sembra dirci Gallo – è una responsabilità personale. E’ una scelta.
È un discorso che oggi risuona con un’urgenza particolare. Proprio mentre il Paese discute di come lo Stato debba trattare la responsabilità di un adolescente, Massimiliano Gallo ci riporta a Nisida per raccontarci un’altra possibile risposta alla stessa domanda. Non nega la responsabilità: la mette in scena, letteralmente, tra le mani di ragazzi che imparano a essere qualcun altro su un palcoscenico prima ancora di poter essere se stessi fuori.
Il film è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia e premiato al Bif&st come Migliore Opera Prima.
Nel cast, tutti provenienti dal teatro, si respira la stessa idea che ha animato il laboratorio di Eduardo: che recitare – mettersi nei panni di un altro, dare voce a un dolore che non è il proprio- sia già un primo passo fuori da sé, e dunque fuori dalla cella che ognuno, in un modo o nell’altro, si porta dentro.




Massimiliano Gallo ha saputo, ancora una volta, interpretare un tema attuale con leggerezza e delicatezza, senza mai scivolare nella retorica. È un merito raro, di questi tempi: Gallo non giudica, non assolve, lascia sempre trasparire, sotto la superficie della storia, il senso profondo del recupero e l’importanza della funzione rieducativa.