SALA CONSILINA. C’è un momento preciso, verso la fine di giugno, in cui il caldo ti picchia in testa così forte da farti fare cose inconsulte. Cose tipo rispondere «Presente!» su un gruppo WhatsApp riesumato dalle ceneri del tempo, accettando di ritrovare i vecchi compagni di scuola a trent’anni esatti dal diploma.
E così, sabato scorso, ci siamo ritrovati (non tutti) attorno a un tavolo per una cena che sapeva di amarcord, con qualche buon calice di vino a far da scudo contro gli anni che passano e a sciogliere subito ogni residua timidezza.
Abbracci stritolacostole, capelli diradati, rughe d’espressione e un’estate che sembra non essere mai finita, partita dal Liceo Classico M.T. Cicerone di Sala Consilina e arrivata un po’ dappertutto, in Italia e in Europa.
Il quadro umano era di quelli indimenticabili. Da una parte lo “zoccolo duro”, quelli che non si sono mai persi di vista, che continuano a frequentarsi assiduamente e che ormai finiscono le frasi l’uno dell’altro come una vecchia coppia di fatto (vedi i maschi, soprattutto). Dall’altra, le “meteore”: volti che non vedevi dal giorno degli esami di Maturità, spariti dai radar per tre decenni e riapparsi improvvisamente tra un “Ma ti ricordi?” e un “Ma davvero fai quel lavoro?”.
Nei primi cinque minuti c’è stato quel micro-secondo di esitazione, il tempo di chiedersi con discrezione se fosse davvero lui sotto quel pizzetto grigio o se lei avesse sempre avuto quel sorriso. Poi, come per magia, è bastata la solita battuta scema, la stessa risata sguaiata del ’96, e le sovrastrutture dell’età adulta sono crollate tutte insieme.
In appena tre ore, tra un piatto e un altro e il vino che riempiva i bicchieri, abbiamo provato a condensare trent’anni di assenza. Le nostre vite si sono intrecciate di nuovo in un racconto fluido e disordinato, dove i matrimoni, i divorzi e le carriere stravaganti si mescolavano ai racconti sui figli ormai universitari — che oggi hanno esattamente l’età che avevamo noi quando ci siamo salutati l’ultima volta. Ci siamo confessati i sogni che abbiamo ridimensionato con una sana dose di autoironia, ricordando i viaggi epici e le occasioni colte al volo, ma anche i mitici professori dell’epoca, le versioni copiate spudoratamente e quegli amori platonici mai dichiarati che ormai fanno solo sorridere.
In quelle tre ore abbiamo riso fino alle lacrime, canzonandoci senza pietà come solo chi ti ha visto crescere (e anche sbagliare) sa fare, scoprendoci un po’ cambiati fuori, ma identici nell’anima.
Quando le bottiglie si sono svuotate e l’aria della sera ha iniziato a rinfrescare il tavolo, è scesa quella classica malinconia estiva, sottile e benefica.
Guardandoci negli occhi, abbiamo capito che non stavamo festeggiando solo un anniversario sulla carta d’identità. Stavamo celebrando il fatto di essere ancora qui, con qualche cerotto sul cuore e qualche consapevolezza in più, ma con la stessa immutata voglia di stare insieme.
Ci siamo salutati con la promessa sfacciata di “non far passare altri trent’anni” (anche perché a ottant’anni la rimpatriata sarebbe un po’ più complessa da organizzare). Ognuno è tornato alla propria vita, con la certezza che, come per quell’estate del ’96 e per tutte le altre a venire, saremo sempre la stessa, meravigliosa banda di compagni di viaggio.
Dopotutto, come recitava il testo di Venditti riadattato a quattro mani da due di noi per diventare l’inno di una classe intera: «Partirono in 30 ed erano abbastanza».
E sabato, trent’anni dopo, eravamo davvero abbastanza.
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