Foto di scena - Rosella Giugliano e Federico Gobbi
NAPOLI. Confrontarsi con Gabriele D’Annunzio non è semplice. Una scrittura così carica, a tratti ossessiva, rischia di apparire distante. Il regista Andrea Cramarossa sceglie di andare dritto al nucleo dell’opera Il Fuoco, trasformandola in uno scontro fisico e mentale tra due corpi che non riescono a stare lontani, ma nemmeno a trovare un punto d’incontro.
Lo spettacolo, andato in scena alla Sala Assoli di Napoli, è un duetto serrato in cui il desiderio si mescola alla paura di perdersi e di essere consumati dall’altro.
In scena Rossella Giugliano e Federico Gobbi, che più che raccontare una storia d’amore, sembrano abitare una stessa ossessione. Si cercano, si respingono, si inseguono attraverso parole e movimenti che non concedono tregua. Tutto è ravvicinato, compresso, claustrofobico. Non c’è spazio per rilassarsi, né per trovare una vera distanza tra i personaggi. La parola incalza il corpo e il corpo rilancia, in un ritmo serrato che trasforma la scena in una continua tensione. I gesti non accompagnano il testo: lo attraversano, lo spezzano, a volte sembrano arrivare prima delle parole stesse.
Anche Venezia è presente, ma non come un luogo da riconoscere. È un non-luogo che attraversa lo spettacolo senza mai diventare uno sfondo concreto. Solo un accenno della Giugliano, nel suo essere «equilibrista», mi ha fatto pensare ai ponti veneziani. È una suggestione personale, forse persino sbagliata, ma che restituisce bene la natura sfuggente della città: più che rappresentata, essa viene evocata come un’immagine che affiora e subito si dissolve.
Lo spazio scenico lavora proprio su questa sottrazione, facendo risaltare ancora di più il ritmo. Il disegno luci taglia lo spazio e mette in evidenza i corpi senza mai restituirli del tutto. Tutto contribuisce a creare uno spazio mentale, in cui è difficile capire dove finisca il mondo esterno e dove cominci quello interiore dei personaggi.
Il lavoro degli attori è il punto cardine di questa tensione, come evidente è il richiamo alla relazione tra l’artista e la sua musa. Rossella Giugliano interpreta una donna consapevole della propria fragilità, ma mai passiva di fronte al passare del tempo. Nel suo corpo convivono il desiderio di essere amata e la lucidità di chi sa quanto possa costare diventare la musa di qualcun altro. Federico Gobbi costruisce, altrettanto efficacemente, un personaggio insieme freddo e febbrile, attratto dalla propria idea di artista e incapace di sottrarsi alla forza distruttiva di quella stessa idea.
In questo spettacolo, la parola non rimane letteratura. Si fa respiro e si fa suono.
Le frasi si rincorrono e si urtano, si caricano di tensione fino a diventare quasi materia fisica. È una scrittura che passa attraverso il corpo e non lascia troppo spazio alla contemplazione. Cramarossa non cerca di rendere D’Annunzio più accessibile alleggerendolo, ma lo porta su un terreno diverso, dove il testo perde la sua distanza letteraria e diventa azione concreta.
È nel contrasto tra un luogo che si percepisce soltanto e corpi che, pur respingendosi, non riescono mai ad allontanarsi del tutto che lo spettacolo trova la sua forza.
Più che raccontare una passione, la piéce mette in scena un movimento incessante in cui desiderio, arte e distruzione finiscono per confondersi in un unico e totale atto d’amore.
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