PADULA. La 29ª edizione del Mediterraneo Video Festival è uno straordinario viaggio itinerante che per quattro giornate ha attraversato i luoghi più suggestivi del Vallo di Diano e del Cilento — da Monte San Giacomo a Padula, passando per Casalbuono fino alle coste di Ascea e Terradura. Il festival ha animato il territorio con una programmazione ricchissima: proiezioni del concorso documentaristico internazionale, momenti musicali dal vivo, riflessioni sulla letteratura e sui reportage di guerra (con la consegna del Premio Speciale a Nico Piro), dibattiti sull’impatto dell’Intelligenza Artificiale nel cinema e laboratori dedicati al patrimonio artigianale e paesaggistico.
Un’opera di presidio culturale portata avanti da quasi trent’anni grazie alla visione e al lavoro costante della direttrice Maria Grazia Caso.
E tra le tante tappe di questa edizione, uno dei momenti più densi e stimolanti è stato senza dubbio il talk ospitato nella Certosa di Padula, dedicato al “Senso del Gusto” e ai paesaggi delle identità alimentari. Una riflessione necessaria per ricordare che il cibo non ha bisogno di essere ridotto a semplice metafora poetica: è materia viva, memoria e biologia pura.
Quando il cinema porta la tavola sullo schermo, il cibo smette di essere una semplice scenografia e diventa storia vera. Durante i dibattiti del Festival, questa profonda interconnessione tra terra, visione e racconto è emersa chiaramente anche negli interventi di Eduardo Ventimiglia — produttore vitivinicolo in Maremma (con la sua cantina Sassotondo nel grossetano) e attento osservatore del paesaggio culturale —, capace di unire il punto di vista di chi la terra la coltiva e la produce con il linguaggio delle immagini in movimento.
Ne Il Gattopardo di Luchino Visconti, il maestoso timballo di maccheroni servito a Donnafugata non è un vezzo estetico. L’aristocrazia siciliana si siede a tavola e, punto per punto, mangia la propria fine: gusti ricchi e tradizioni dorate mentre il mondo fuori sta cambiando per sempre.
Qualcosa di simile, ma con una forte carica di amara ironia, succede in Una vita difficile di Dino Risi. Alberto Sordi si trova con la moglie a un party di nobili proprio mentre arrivano i risultati del referendum tra Monarchia e Repubblica. Rimasto solo a bere quel bicchiere di vino, quel gesto semplice diventa la misura concreta di un’epoca che finisce e di un isolamento inevitabile.
Fino ad arrivare a La grande abbuffata di Marco Ferreri: la fine del boom economico e la corsa ai consumi non vengono spiegate a parole, ma mostrate nel modo più crudo e materiale possibile. Il cibo diventa ingordigia, autodistruzione e fine di una società che non sa più fermarsi.
Se il cinema ci mostra l’impatto culturale del cibo, la scienza ci spiega la sua natura profonda. Tra i relatori dell’incontro a Padula, le riflessioni del Dott. Vincenzo Pizza — neurologo e responsabile dell’Unità di Neurologia dell’Ospedale “San Luca” di Vallo della Lucania — hanno aperto una finestra fondamentale sulla neurogastronomia.
Il punto centrale è semplice e spiazzante: non siamo solo noi a ricordare quello che mangiamo. È il cibo stesso ad avere memoria.
I prodotti coltivati in una specifica terra portano dentro di sé la storia del suolo, del clima, dell’acqua e dell’aria che li hanno nutriti. È il territorio che definisce la natura del cibo. Un alimento ci fa più o meno bene proprio grazie a questa combinazione unica con la terra da cui nasce.
Non si tratta quindi di ricordi romantici, ma dell’identità reale di un luogo stampata nella materia. Mangiare un prodotto del Mediterraneo significa assorbire la storia concreta di quel paesaggio.
Ed è proprio questa la forza del lavoro di Maria Grazia Caso e del suo festival: ricordarci da quasi trent’anni che il cibo non è un’invenzione poetica, ma la sostanza vera di ciò che siamo.
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