Cooperativa Alice

Milano: La Moda è inclusione sociale, se con gli spilli, gli aghi, i fili si riempie di storie di umana fragilità. Dietro le grandi collezioni lavorano donne, sarte che la società ha il compito di valorizzare e di reintegrare. Così la Cooperativa Alice si occupa da trent’anni di lavoro in carcere e fuori dal carcere nell’ambito della moda.

 

Qual è l’obiettivo principale della Cooperativa Alice?

La responsabile della comunicazione spiega:” La nostra mission è l’inclusione sociale, il recupero attraverso il lavoro di sartoria non solo di detenute, ma anche di coloro che, già scontata la pena, continuano a lavorare attraverso la cooperativa per conto terzi.”

Primo Levi scriveva che l’amore per il proprio lavoro costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra.

“Se non si può parlare di felicità, è certo che l’occupazione sartoriale, in questo caso, è sicuramente reintegrazione sociale. Il lavoro della sarta è sempre richiesto, anche una volta uscite dal carcere.”

Di quali carcerate vi occupate?

Le detenute del Carcere di Bollate, considerato un carcere modello perché il tasso di recidiva è inferiore rispetto a quello di altre realtà carcerarie. Qui si eseguono realizzazioni sartoriali per grandi collezioni.

E il carcere San Vittore?

Sembra la legge del contrappasso dantesca, le detenute si occupano in questo caso di realizzare le toghe giudiziarie, dei magistrati, di cui potete avere le immagini sul sito. Con il carcere maschile di Monza ci occupiamo di pelletteria.

 

Portare alla luce una realtà simile è un successo bello e contemporaneo.

“In realtà la Cooperativa Alice festeggia quest’anno i suoi trent’anni. E’ nata nel 1992 e ora è anche presente a Brescia dove si occupa di altri disagi, comunque sempre derivanti da situazioni di estrema povertà educativa e non solo.”

 

Cooperativa Alice
Il più grande successo?

Essere riusciti, rispettando impegni e tempi di consegna e con un occhio sempre attento alla produzione e al bilancio, a restare vivi nella logica del mercato.

Anzi il fatturato è aumentato, Covid nonostante.

Spesso l’ambito sociale sconfina nel mercatino. La moda resta vintage, ma la qualità dei tessuti e soprattutto i modelli sono decisamente altro da quello che si produce qui.

Chi sono i clienti e chi sceglie i modelli?

Si lavora per le grandi firme, per Chloé per esempio. Rosita Onofri è la stilista che con la sua allieva Alessandra realizza le idee che il cliente comunica. Vale a dire che Rosita e Alessandra forniscono alle sarte detenute i cartamodelli e i prototipi.

Dunque, i modelli sono creati su richiesta dei grandi clienti e la sartoria esegue?

Sì, per questo noi non possediamo le fotografie degli abiti realizzati perché appartengono alle grandi collezioni. Siamo fiere/i di essere fautrici/ori dell’alta moda e di rapportarci ad un mondo che aumenta l’autostima delle sarte.

Fieri di una gestione da impresa

 

Il negozio in via Gaudenzio Ferrari a Milano ha chiuso, ma ancora possiamo scrivere:

“Abiti fatti da donne per le donne?”

Certo, Moda è inclusione sociale se vi è consapevolezza tra la domanda e l’offerta.

Se all’opportunità di riscatto, che il lavoro sempre rappresenta, si accompagna la dignità di un mercato rispettoso del codice valoriale che la cooperativa persegue e che è l’inclusione sociale.

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di Barbara Avanzini

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