Marco Rallo

Tornano le giornate FAI (Fondo per l’Ambiente Italiano) di primavera. Il 25 e 26 marzo prossimi, si potranno visitare oltre 750 luoghi in 400 diverse città.

Giunta alla 31ª edizione, la manifestazione aprirà le porte a veri e propri tesori dell’arte e della storia italiana.

In Campania, oltre a siti poco conosciuti o solitamente non accessibili al pubblico, si potrà visitare anche l’Accademia di Belle Arti di Napoli.

La visita, a cura degli studenti dell’Accademia, ci porterà alla scoperta del lavoro che avviene nei laboratori di scultura, pittura, scenotecnica, incisione e nuove tecnologie dell’arte (NTA). Si visiteranno la Sala Palizzi, con 120 opere donate dall’artista nel 1898, e la Pinacoteca. […] (Testo scritto da Delegazione FAI di Napoli)

Un ex allievo ci racconta i suoi anni in Accademia

 

Mi chiamo Marco Rallo, classe 1974, sono nato il 5 maggio.

 

 

Ho frequentato l’Accademia di Belle Arti di Napoli nella seconda metà degli anni ’90 (dal ’93 al ’98). Gli anni in cui sono stato allievo dell’Accademia sono stati anni bellissimi.

Napoli si stava risvegliando dal torpore artistico in cui era piombata; nasceva il “maggio dei monumenti”, una manifestazione tuttora in crescita e che diede alla città un nuovo fermento, assieme ad altre iniziative molto importanti per il capoluogo campano.

Era la mia prima esperienza fuori dalla Sicilia e ho trovato a Napoli lo stesso spirito familiare, caldo e solare che avevo lasciato a Marsala, la mia città.

Ho subito creato una forte intesa con i miei compagni di corso, ma in generale un po’ con tutti, professori compresi.

 

Qual era il tuo ambito artistico?

 

Ero nel corso di pittura e in quello di “fumetti”, che ora si chiamano “comics”. A quell’epoca il mondo dei comics non era stato totalmente sdoganato; attorno non vi ruotava la stessa eccitazione, lo stesso interesse. Infatti, in Accademia, quei pochi di noi che frequentavamo “la bottega del fumetto” (io e il mio amico Paolo Granelli, ad esempio) eravamo considerati dei veri e propri alieni.

Ho frequentato il corso di pittura con il professor Gianni Pisani, che ci ha lasciati l’anno scorso. Lui è stato per me un vero e proprio maestro. In quel periodo era anche direttore dell’Accademia ed era, quindi, poco presente ai corsi. Le poche volte che riusciva ad esserci, però, mi infondeva una grande voglia di fare, di creare.

Il professor Pisani aveva un occhio di riguardo per me, perché, e lo dico con molto orgoglio, mi riconosceva essere un ottimo artista per la smisurata fantasia che riuscivo a mettere nelle opere che creavo.

 

 

Com’erano quegli anni?

 

Erano anni “analogici”. Non esisteva il digitale e si faceva fatica anche a cercare nuovi spunti. Però ricordo che era tutto più genuino.

Trascorrevo ore in biblioteca a cercare ispirazione leggendo di artisti passati.

Lo stesso professor Pisani era solito ospitarci a casa sua e ci parlava degli artisti degli anni ’50, ’60 e ’70, di quando molti di loro arrivavano a Napoli, e di lui stesso come divenne noto alla fine degli anni 50.

Ci raccontava di come iniziò a farsi conoscere, assieme al professore Astarita, che era incisore, Di Ruggiero, Di Fiore e tanti altri che avevano partecipato alla Biennale di Venezia. Pisani vi partecipò nel 1995 e ricordo che io e i miei compagni di corso abbiamo smontato e rimontato l’opera con cui ci andò.

Con lui abbiamo davvero respirato un’arte di alto livello.

Ricordo anche le volte che, nel suo studio, ci mostrava le sue opere, con molta umiltà e senza voler erigersi ad artista famoso, ma con l’unico scopo di stimolare la fantasia e la voglia di sperimentare e di provare a mettere insieme sempre nuove cose.

A lui, mio mentore, va il mio “Grazie!”.

Grazie a lui abbiamo vissuto anche la pratica extra accademica. Ci ha fatto lavorare a Capodimonte, dove abbiamo realizzato dei pannelli artistici, ognuno nel proprio stile personale; ma anche alla stazione centrale dove in occasione del Natale realizzammo degli enormi pannelli decorativi. Insomma dalla teoria alla pratica, come dovrebbe essere nel nostro, ma in ogni campo in generale.

Ebbi modo io stesso di partecipare a una performance di Hermann Nitsch uno dei massimi esponenti dell’Azionismo austriaco e della bodyart. Ospite a Napoli del gallerista Modena, Nitsch fu protagonista di una performance a Capodimonte a cui ero andato come semplice visitatore, ma alla quale venni invitato a partecipare come “attore attivo”. C’erano gli attori “attivi” e quelli “passivi” e io feci quello attivo. Fu una bellissima esperienza che durò una settimana, tra prove e performance ufficiale.

 

Anche qui mi piace ricordare la modernità, in un certo senso, del mio caro professore, che non vide in modo negativo la mia assenza alle lezioni, tutt’altro. Fui valutato in quella performance come se si fosse trattato di un vero e proprio esame di pratica.

 

C’era invidia tra gli allievi?

 

Tutt’altro. Si viveva tutti insieme, si passava da un’aula all’altra, da un corso all’altro sempre con la curiosità di carpire qualche segreto di una tecnica che non era la tua, ma che poteva risultare comunque utile in futuro. Di ragazzi talentuosi ce n’erano parecchi. Per puro caso conobbi, al corso di scultura, Domenico Di Caterino, oggi docente all’Istituto d’arte di Cagliari. Con lui, nel 1998, inizia una nuova fase del mio percorso accademico.

Gli anni di “Mario pesce a fore”

 

Assieme ad altri allievi, Mimmo aveva fatto nascere tra le mura dell’Accademia, un gruppo di performers chiamato Mario pesce a fore; mi conobbe, mi studiò e mi volle con loro. Erano gli anni dell’autogestione scolastica: gli istituti venivano “occupati” e noi avevamo traslato tutto questo trasportandolo nelle piazze, nei pub, nei bar, in qualunque luogo di ritrovo. Le nostre performance erano delle vere e proprie “finte rapine” con cui noi prendevamo in ostaggio il luogo e gli avventori per raccontare l’artista aldilà delle etichette, delle gallerie istituzionalizzate e del mercato, tutto ciò che poteva ridurre l’artista a un mero e misero prodotto di vendita.

L’artista diventa con noi imprenditore di se stesso, che era poi un po’ una ripresa delle prime teorie della bodyart: artista inteso come corpo, come vera e unica identità artistica.

Mario pesce a fore era un gruppo artistico anti establishment, al di fuori delle regole.
Io ero la locandina vivente, col nome del gruppo scritto sul petto. Calza in faccia e via! Ultima performance sul palco dei 99 Posse.

 

 

Del gruppo ricordo con affetto l’amico Gennaro Cilento, che ci ha lasciato qualche anno fa. Gli altri erano: Donato Arcella, Rossella Matrone, Marzia Avetrano, Antonio Milanese, Massimiliano Mirabella.

Come dicevo erano anni ancora analogici: internet iniziava a fare capolino, c’erano i primi telefonini, ma per esempio, per il corso di fotografia, usavamo i rullini. Si andava per semplice passaparola su tutto. Lavoravamo molto con il volantinaggio, tutto era molto tattile e tangibile. Ora tutto questo va scomparendo, con i suoi pro e contro. Personalmente mi occupo anche di grafica digitale e dunque sono riuscito a “modernizzarmi”.

Anche il gruppo si è evoluto e nonostante lontani, continuiamo a creare spaccature e a lanciare messaggi; in questo il digitale, i social soprattutto, ci danno una grossa mano.
Il mio compito oggi è la creazione dei nostri avatar in chiave fumettistica (adesso non siamo più gli alieni!)

 

 

C’è qualche spazio dell’Accademia che ti è rimasto nel cuore? Dove, magari, eri solito trascorrere il tempo per prendere ispirazione per le tue creazioni?

 

Posso dire, concludendo, che l’Accademia me la sono vissuta in tutto e per tutto. Stavo in aula quando c’era da produrre, ma appena potevo scappavo ovunque. Entravo in tutte le aule, chiedevo consigli a tutti, a professori e allievi. Il bello è che, ad ogni mia escursione, riuscivo sempre a scoprire un angolo dell’edificio che mi era sconosciuto.

L’Accademia di Belle Arti di Napoli è un luogo enorme, e molto bello.

Il giardino al centro è qualcosa di sublime. All’epoca, non so se c’è ancora, c’era una voliera con due pavoni bianchi e noi allievi ci riunivamo lì, tra un corso e un altro, a parlare e confrontarci.

Punto di ritrovo fisso per il reperimento del materiale era (ed è ancora) il negozio di Gino Ramaglia, appena fuori l’edificio. Sia Gino, il padre, che Enzo e Marco, i figli, fanno parte del modo di vivere l’arte al di fuori delle mura dove essa viene prodotta.

Sempre attenti a spiegare i materiali e le novità, contribuiscono a far vivere l’arte a Napoli a 360 gradi.

 

 

Marco Rallo
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di Marianna Addesso

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