CAMPAGNA – Padre Enzo Fortunato, frate minore conventuale, giornalista e scrittore, è stato protagonista sabato 8 agosto, nel Santuario di Santa Maria d’Avigliano a Campagna, della presentazione del suo libro E se tornasse Francesco? edito da San Paolo con prefazione di Erri De Luca. Un incontro promosso dall’Associazione Culturale Marchesato dei Grimaldi di Monaco, presieduta da Maurizio Ulino, che ha scelto di partire dalla figura del Santo di Assisi per parlare soprattutto dell’oggi: guerre, migranti, solitudini, comunicazione digitale, paura dell’altro e fraternità.

È stato questo il filo seguito dalla giornalista Ornella Trotta, moderatrice della serata, nel dialogo con Padre Fortunato. Domande costruite non tanto per ricostruire la biografia del Santo quanto per portare Francesco dentro le contraddizioni del 2026.
Dove andrebbe Francesco se, per assurdo, tornasse un giorno sulla Terra? È stata una delle domande rivolte all’autore. Dove sceglierebbe di stare? Nei luoghi del potere o nelle periferie? Una provocazione che ha consentito di attraversare uno dei nuclei del libro: Francesco non come figura rassicurante consegnata all’iconografia, ma come uomo capace di compiere scelte radicali.

E proprio da una di quelle scelte è nata un’altra delle questioni poste dalla moderatrice. Francesco incontra il lebbroso. Scende da cavallo, rinuncia alla distanza che lo protegge, si avvicina e lo abbraccia. Quanto è attuale oggi quel gesto?

Il bello è che lebbroso del Duecento diventa così una domanda rivolta al nostro secolo. Chi sono i lebbrosi di oggi? Gli esclusi, gli ultimi, coloro dai quali istintivamente ci allontaniamo? Il gesto di Francesco conserva una sorprendente modernità proprio perché impone di ridurre la distanza. Non basta riconoscere l’esistenza dell’altro: bisogna avere il coraggio di incontrarlo.
Da qui il passaggio a uno dei grandi temi della contemporaneità, le migrazioni. Il volto dello straniero, la paura di chi arriva, la difficoltà di riconoscere nell’altro una persona prima ancora che un problema politico o sociale hanno riportato la discussione alla fraternità francescana. Una fraternità che, nella lettura proposta durante l’incontro, non coincide con una dichiarazione di principio ma comporta una scelta concreta.

La stessa chiave ha attraversato il tema della guerra, inevitabile di fronte a un Francesco che fece della pace uno dei cardini della propria testimonianza. In un presente nuovamente segnato dai conflitti, interrogarsi su che cosa direbbe oggi il Santo significa inevitabilmente chiedersi quanto spazio sia rimasto per il dialogo quando la logica delle armi sembra prevalere su quella dell’incontro.
Ma c’è stato anche un Francesco sorprendentemente contemporaneo.
Ornella Trotta ha ricordato come fosse, con gli strumenti del suo tempo, un abilissimo divulgatore, capace di parlare alle persone, di costruire comunità e di diffondere un messaggio con una forza che attraversò rapidamente confini geografici e sociali. Da qui un’altra domanda: che cosa direbbe Francesco all’uomo e alla donna del nostro tempo, continuamente connessi eppure sempre più spesso sostanzialmente soli?
È forse uno dei cortocircuiti più efficaci emersi dalla serata. Mai l’umanità ha avuto tanti strumenti per comunicare e mai è stato così facile confondere la connessione con la relazione. Smartphone e social network permettono di raggiungere chiunque in pochi secondi, ma non garantiscono l’incontro. Francesco, otto secoli fa, costruiva invece la comunicazione sulla presenza, sull’ascolto e sulla capacità di chiamare l’altro per nome.
Il libro di Padre Fortunato si muove proprio attraverso questi continui rimandi. L’espediente dell’“intervista impossibile” consente di riportare Francesco nel presente e di misurarne le parole con le inquietudini contemporanee. C’è il lupo di Gubbio e la scelta di chiamare “fratello” ciò che incute paura. Ci sono il perdono e il tradimento, la fraternità e il potere, il rapporto con il Creato, la povertà intesa non come retorica della privazione ma come libertà dal possesso delle cose e delle persone.
Al dialogo ha partecipato anche don Roberto Piemonte, parroco dell’Unità Pastorale Campagna Centro Storico. Ad aprire l’appuntamento erano stati i saluti di Maurizio Ulino, presidente dell’Associazione Culturale Marchesato dei Grimaldi di Monaco, e della sindaca di Campagna Adele Amoruso.
La cornice non era secondaria. L’incontro si è svolto nell’anno in cui ricorrono gli ottocento anni dalla morte di San Francesco d’Assisi, avvenuta nel 1226, e si inserisce anche nelle celebrazioni per il 70° anniversario delle nozze tra Ranieri III di Monaco e la principessa Grace, celebrate nel 1956. Campagna conserva infatti un antico rapporto con i Grimaldi, che furono signori della città tra Cinquecento e Seicento, mentre il Santuario di Santa Maria d’Avigliano custodisce una storia profondamente intrecciata con la presenza francescana.
L’iniziativa ha goduto dell’alto patrocinio dell’Ambasciata del Principato di Monaco e del sostegno di istituzioni civili, religiose e culturali. Forse la risposta più importante non consiste nell’individuare un luogo sulla carta. Perché il Francesco raccontato a Campagna sembra continuare a dirigersi verso ogni frontiera sulla quale un uomo decide se restare a cavallo oppure scendere: davanti al migrante, al diverso, al povero, alla persona sola, persino al nemico.
Ottocento anni dopo, il gesto più difficile resta ancora quello di scendere da cavallo.