Addio Anthony J. Izzo

È morto a 75 anni nella sua casa di Stony Brook, a Long Island, Anthony J. Izzo, già Chief dell’Organized Crime Control Bureau del New York Police Department, uno dei più alti dirigenti della polizia newyorkese e un italoamericano che non aveva mai reciso il filo con la terra dei suoi padri. Con dolore abbiamo appreso che e’ stato trovato privo di sensi nella piscina della sua abitazione e trasportato allo Stony Brook University Hospital, dove ne è stata dichiarata la morte. Se ne va così, improvvisamente, un uomo che aveva dedicato la vita alla sicurezza di New York e che, dietro l’imponenza della divisa e una carriera ai vertici del NYPD, custodiva un sogno sorprendentemente semplice: tornare un giorno a Oliveto Citra, il paese salernitano dal quale era partito suo padre, ritrovare i parenti e gli amici, sedersi in piazza insieme agli anziani e fumare con loro un sigaro.

È questa l’immagine che più di ogni altra mi è tornata alla mente quando ho appreso della sua morte.

Non quella del potente capo della polizia newyorkese. Non quella dell’uomo che aveva combattuto per anni la criminalità organizzata in una delle metropoli più difficili del mondo. Ma quella di Anthony che parlava di Oliveto Citra.

Lo avevo conosciuto nell’ottobre del 2011, durante un viaggio negli Stati Uniti in occasione del Columbus Day. Ero una giovane giornalista e dirigevo I Fatti. Insieme a un gruppo di amici avevo attraversato l’Oceano portando con me quell’entusiasmo particolare di chi arriva per la prima volta a New York e ha l’impressione che tutto ciò che fino a quel momento ha visto soltanto al cinema sia improvvisamente diventato reale.

A rendere possibile quell’incontro fu Italo Lullo, allora sindaco di Oliveto Citra e amico di Anthony J. Izzo.

E la parola amico, ripensandoci oggi, è importante.

Perché quando incontrai Anthony a New York non mi parlò di Italo Lullo semplicemente come del sindaco del paese dal quale proveniva la sua famiglia. Mi parlò di lui con affetto.

Aveva un legame speciale con i suoi cugini di Oliveto Citra tra cui Caio e tutti gli altri cugini Izzo.

Suo nonno era emigrato quando era ancora molto giovane. Anthony era nato e cresciuto negli Stati Uniti, era americano, aveva percorso tutti i gradini di una straordinaria carriera nel New York Police Department, ma continuava a considerare Oliveto Citra una parte della propria storia.

Vi era tornato. Aveva incontrato la comunità, aveva ritrovato i propri parenti e aveva ricevuto dall’amministrazione guidata da Italo Lullo la cittadinanza onoraria e la chiave della città.

Quando lo intervistai per I Fatti, mi mostrò con orgoglio che quella chiave custodita in primo piano nel suo ufficio.

Non in un cassetto.

Non dimenticata tra i tanti riconoscimenti ricevuti durante una carriera prestigiosa.

Era lì, visibile, nel cuore di New York.

Anthony mi disse che sarebbe tornato molto volentieri in Italia, voleva tornare a Oliveto Citra per incontrare ancora i suoi parenti.

E poi c’era quel suo piccolo grande progetto per la pensione.

Sedersi nella piazza di Oliveto Citra e fumare un sigaro insieme agli amici italiani.

Lo disse con nostalgia, quella delle radici.

In Italia era già venuto in diverse occasioni istituzionali. Nel 2010 aveva partecipato a Padula alle celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario della nascita di Joe Petrosino, il poliziotto italoamericano assassinato dalla mafia a Palermo. In quella circostanza Izzo aveva ricevuto il Premio internazionale Joe Petrosino. Un riconoscimento che, per un poliziotto americano figlio dell’emigrazione meridionale, aveva un significato particolare.

Quando lo incontrai l’anno successivo a New York, capii immediatamente perché la sua figura rimanesse impressa.

Era un gigante.

Alto, altissimo, forse un metro e novantasette. Spalle larghe. Una presenza fisica che sembrava riempire la stanza. Ma soprattutto aveva un sorriso ancora più largo delle sue spalle.

L’appuntamento ufficiale era nel luogo che rappresenta il cuore stesso della polizia newyorkese: One Police Plaza, il quartier generale del NYPD a Manhattan.

Entrare lì, per una giovane giornalista italiana, aveva qualcosa di irreale.

Eppure il ricordo più vivo che conservo di Anthony J. Izzo non riguarda un’intervista, una domanda sulla criminalità organizzata o una fotografia ufficiale.

Riguarda un pranzo al quale non arrivai mai. Uno dei suoi collaboratori, il tenente Antonio Colombo, mi aveva invitata al pranzo delle famiglie della polizia. Era un invito che mi aveva emozionato moltissimo: significava entrare, sia pure per qualche ora, nella dimensione più intima di quel mondo che stavo conoscendo. Ma c’era un problema. New York. E soprattutto c’era il Columbus Day. Mi persi.

Non nel senso geografico della parola. Mi persi dentro la festa.

Mi lasciai trascinare dai colori, dalle bandiere, dalla musica, dagli italiani d’America, dai loro racconti e da quel modo straordinario di sentirsi italiani a migliaia di chilometri dall’Italia. Camminavo tra le comunità italoamericane e continuavo a guardare, ascoltare, fare domande.

Il tempo passò.

Il pranzo anche.

Mi avevano cercata dappertutto.

Due giorni dopo arrivò il momento della visita ufficiale. Entrai a One Police Plaza con un certo timore. Sapevo di dover incontrare uno dei più importanti dirigenti del NYPD e sapevo anche di essere la giornalista italiana che aveva accettato un invito e poi era scomparsa nel nulla. Dovevo giustificarmi. Anthony mi vide. Quel gigante di quasi due metri mi guardò e mi chiese: “Ma dove sei stata? Noi ti abbiamo cercata dappertutto!”

Provai a mettere insieme tutto l’inglese che avevo studiato. Per prepararmi a quel viaggio avevo studiato la lingua per un anno intero, ma davanti a lui le parole sembravano improvvisamente pochissime.

Riuscii a dire:

«I’m sorry… mi sono persa nelle feste del Columbus Day».

Per qualche secondo aspettai la reazione.

Poi Anthony scoppiò a ridere. E mi disse “Relax, relax, relax”.

E ridemmo tutti.

Il rimprovero che temevo non arrivò mai. Arrivarono invece un brindisi, una fotografia e quella conversazione che ancora oggi, dopo quindici anni, riesco a ricordare.

Parlammo dell’Italia e dell’America. Della criminalità organizzata. Dell’integrazione degli italiani negli Stati Uniti. Di Joe Petrosino.

Ma soprattutto parlammo di Oliveto Citra.

E di Italo Lullo.

Anthony ne parlava come si parla di una persona alla quale si è sinceramente affezionati. Il sindaco che lo aveva accolto nel paese delle sue origini era diventato un amico.

Anthony conosceva bene il prezzo pagato dalle prime generazioni di immigrati italiani. Mi raccontò di un’America nella quale gli italiani avevano dovuto combattere contro discriminazioni e pregiudizi prima di riuscire a conquistarsi, attraverso il lavoro e il sacrificio, il proprio posto nella società.

La sua stessa storia ne rappresentava, in fondo, una delle testimonianze più belle.

Il figlio di un emigrante partito da un piccolo paese del Sud Italia era arrivato ai vertici della polizia della città di New York.

Eppure, dopo una vita trascorsa nella metropoli americana, continuava a tenere la chiave di Oliveto Citra nel suo ufficio.

La notizia della sua morte è arrivata in questi giorni di agosto da Stony Brook, a Long Island. Anthony aveva 75 anni. La polizia della contea di Suffolk lo ha trovato privo di sensi nella piscina della sua abitazione. I soccorritori hanno tentato di rianimarlo e lo hanno trasportato in ospedale, ma non c’è stato nulla da fare.

Il NYPD lo ha ricordato per la leadership, per la dedizione alla città e per l’eredità lasciata dopo una vita trascorsa al servizio di New York.

Io voglio ricordarlo in un altro modo.

Con quel sorriso.

Con la chiave di Oliveto Citra custodita nel suo ufficio di Manhattan.

Con il desiderio di tornare ancora una volta dai parenti nel paese di suo padre.

Con la sua risata davanti a quella giovane giornalista italiana che aveva studiato inglese per un anno e che, arrivata finalmente a New York, era riuscita nell’impresa di perdersi proprio nel giorno in cui avrebbe dovuto pranzare con le famiglie dei poliziotti.

E con quel sigaro.

Perché alla fine dell’intervista ci lasciammo anche con una promessa. Anthony sarebbe tornato a Oliveto Citra. Avrebbe avuto finalmente tempo.

Ci saremmo incontrati ancora.

Immaginava il suo futuro con una semplicità quasi disarmante: seduto nella piazza del paese di suo padre, in mezzo agli anziani e agli amici, a parlare e a fumare un sigaro.

La vita ha deciso diversamente.

Quell’appuntamento non ci sarà.

Ma mi piace pensare che, da qualche parte tra New York e Oliveto Citra, tra One Police Plaza e quella piazza del Sud che non aveva mai dimenticato, Anthony J. Izzo abbia finalmente trovato il tempo per accenderlo, quel sigaro.

Goodbye, Chief.

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di Ornella Trotta

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