di Vincenzo Poti

Wittgenstein, nel rivolgersi ad un suo studente, disse che solo quella del giornalista poteva essere considerata una professione peggiore del professore di filosofia. Io non faccio (fortunatamente) parte di nessuna delle due categorie, eppure eccomi qui su carta (più o meno) stampata e saltuariamente tacciato dal grande pubblico, con tono alquanto sprezzante, di“fare filosofia”. Eppure, chi considera la filosofia come creazione di concetti (Deleuze) rabbrividirebbe, fosse qui tra noi, al paragone tra la sua disciplina e la “mia”, la scienza politica, che tratta di certo i propri concetti con meno riguardo rispetto alla disciplina a cui viene accomunata. 

Questo è uno dei tanti motivi per cui ho solcato (in meno ore di quante il termine implicherebbe) l’Atlantico settentrionale per giungere ad Ottawa per studiare, appunto, la scienza politica. Lascio a voi determinare il significato della locuzione. Falso: è stato probabilmente un discreto grado di esotismo a spingermi qui, esotismo di chi, proprio in quanto aspirante politologo, non guarda neanche per sbaglio ai propri concittadini per cercare varchi nella conoscenza disciplinare (eppure il mio supervisor cita spesso Bobbio…) . In quanto scettico rispetto all’idea di responsabilità individuale, attribuisco questo pregiudizio al “sistema”, inteso quanto vagamente si voglia pur di rendere la mia autoassoluzione meno ridicola.

Basta così poco per diventare “migrante”? Non proprio. D’altronde, questo termine è ormai stato colonizzato da molti concittadini per indicare chi più o meno volontariamente abbandoni la “propria terra” con lo scopo preciso di stabilirsi altrove. Si dica pure “expat”, a rimarcare la differenza di classe tra me e chi solca fisicamente le acque in cerca di qualcosa di meglio. Giorni in quel caso, non “otto-ore-con-scalo-a-Montreal (-e-copertina-in-pile-a-dieci-minuti-dal-decollo)”.

Venendo a cose più serie, all’esotismo “sistemico” si potrebbe affiancare la sete di fondi di ricerca, secondo la vulgata, da me pedissequamente seguita, più abbondanti qui, nella storica terra delle opportunità, che nel “vecchio continente”. Sul tema è opportuno approfondire due logiche. L’una, quella neoliberale sostanziata dai research grants di varie entità canadesi, da me non meglio identificate ma sicuramente “allisciate”, incentrata su competizione spietata tra ricercatori rivali, capacità di “vendere” la propria ricerca in due misere pagine di testo il cui contenuto può essere ampiamente disatteso dai successivi quattro anni di effettiva ricerca. L’altra tradizionalmente feudale (i baroni!, la nostra), modernizzata dalla profusione di risorse condizionate all’utilità del progetto rispetto ai parametri del PNRR, inno non meno terrificante all’utile immediato se confrontato alla messa in discussione del problema stesso, prima che delle risposte ad esso. 

In entrambi i casi la competizione individuale vince sulla produzione collettiva di conoscenza, se non utile almeno bella (a tratti), segno di una spiccata preferenza per la rilevanza istantanea seppur fittizia rispetto alla rilevanza sottile e non sempre immediatamente visibile. Risultato? Atomizzazione del ricercatore e riduzione della progettualità e del potere trasformativo della ricerca. Non mi si chieda di sostanziare l’affermazione con dati: sono un ricercatore (si fa per dire) qualitativo; mi baso sui temuti casi studio. 

Che ci sia correlazione o meno (chiedetelo ai quantitativisti), l’atomizzazione caratterizza anche l’esperienza personale non professionale. “Il PhD è un’esperienza isolante”, si suol dire: vero. Che io abbia perso la mia espansività o Ottawa non sia proprio un alveare umano, che sia mediata dal fuso che mi dà sei ore di vantaggio su “family & friends”… è vero: “si sta come ad Ottawa, i PhD da soli”. 

Non ho rimpianti rispetto alla mia scelta, nonostante il quadro non proprio roseo descritto. Semplicemente, la differenza rispetto al modello italiano, mai conosciuto ma sempre e rigorosamente denigrato, non sembra poi così tanta. Esistesse una controparte nostrana del mio supervisor, William, con un grant di qualche milione (sono dollari canadesi, valgono meno…) incentrato sugli stessi temi del mio progetto di ricerca, non esiterei un secondo ad abbandonarmi al richiamo degli Alburni. Posso confermare, però, che non è questo il caso. Forse meglio per “noi”! Dopotutto è solo filosofia…

 

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di admin

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