C’è un filo che attraversa tutta la mia vita professionale e personale, e che oggi sento il dovere di rendere esplicito.
Il primo numero della testata che ho fondato e diretto, “I Fatti”, nacque proprio da lì: dal bisogno di capire perché l’Italia non fosse la stessa ovunque.
Intervistai sindaci del Nord e sindaci del Sud. Non serviva un economista per notare la differenza: parlavano di servizi, opportunità, strutture, mobilità, scuole, asili. Parlavano di normalità che, da noi, non era normale.
Ricordo anche mia zia, che vive a Milano.
Me lo disse con leggerezza, tanti anni fa: “I miei figli sono andati al Nido, così potevo lavorare tranquilla”. Nella mia terra, nel mio Sud, il Nido era una rara eccezione.
Questa è la ragione per cui oggi, pur occupandomi spesso di cultura, sento il bisogno di scrivere di equità territoriale.
Perché la cultura non fiorisce nei deserti amministrativi.
Non cresce dove mancano i servizi essenziali.
Non resiste dove interi territori sono costretti a partire per inseguire diritti che altrove si danno per scontati.
Ed è qui che entra in gioco la clausola del 34%, oggi aggiornata al 40% delle risorse allocabili.
Un principio di una semplicità disarmante: se il Sud rappresenta il 34% della popolazione italiana, deve ricevere il 34% della spesa ordinaria dello Stato. Non un favore. Non un sostegno straordinario. Ma la quota che gli spetta in base agli abitanti. La matematica è sempre onesta.
Eppure questa norma, che avrebbe il potenziale di cambiare davvero il destino delle nostre comunità, resta quasi sempre inascoltata.
Il bello (il brutto) è che si preferisce continuare a inviare al Mezzogiorno fondi straordinari, europei, emergenziali, vincolati, invece dei fondi ordinari, quelli che servono per costruire asili, scuole, ospedali, strade, università, centri culturali.
Quelli che servono per trattenere le persone, non costringerle a partire. Non sono più bravi, noi siamo più incapaci.
La questione è molto più profonda:
nel Sud i diritti fondamentali sono stati garantiti meno, più tardi, con più fatica.
E sì, è vero: gli uffici tecnici spesso non hanno personale a sufficienza, non hanno formazione aggiornata, non hanno risorse. Ma è un circolo vizioso: come può essere efficiente un territorio che non riceve gli investimenti che gli spettano? Come può progettare un Comune che ha metà dei dipendenti che dovrebbe avere, e che non riesce a trattenere nessuno perché gli stipendi pubblici sono più bassi, e i carichi di lavoro doppi? Oggi, questa riflessione torna drammaticamente attuale anche grazie a un importante convegno svoltosi a Roma, all’Istituto Luigi Sturzo, dove giuristi, economisti e studiosi hanno analizzato la spesa pubblica italiana e il mancato rispetto della quota destinata al Mezzogiorno.
Ne scriveremo in un articolo dedicato, perché ciò che è emerso merita di diventare patrimonio pubblico.
Quello che voglio dire qui è un’altra cosa: la questione del 34% non è un tecnicismo, è una questione di giustizia sociale, di pari opportunità, di democrazia territoriale.
Se vivi dove è garantita la spesa ordinaria, hai più servizi, più mobilità, più salute, più scuola, più cultura, più lavoro.
Se vivi dove quella spesa non arriva, hai meno futuro.
Punto.
Per questo, il Sud non deve più essere costretto ad accontentarsi di fondi straordinari. Nessuno chiede privilegi.
Il sud non ha bisogno di favori, il sud chiede diritti.