
Salerno. “Vi manderei a quel paese” è il titolo della mostra fotografica incentrata sul Giappone, tenutasi domenica 23 Novembre a Salerno. Matteo Elio Fedele, membro dell’ associazione culturale fotografica A.P.S. Colori Mediterranei e organizzatore dell’ evento, ha conciliato il suo amore per il paese del sol levante, in particolare per l’ arte del Bonsai e la sua passione per le istantanee in una mostra che racconta il suo viaggio attraverso i suggestivi paesaggi dell’ Honshu. L’ intento, come esplicitato nel titolo, è “accompagnarvi in un viaggio dove le immagini sono il vostro bagaglio e l’ empatia è l’ unico documento richiesto al check-in”.
Ospiti della serata: La professoressa Sasaki Akiko e Tiberio Gracco, bonsaista, musicista ceramista Chawan, e poeta haiku.
Guardare ciò che non c’è
L’ amore per la cura delle piante è stato il primo input che ha portato Elio Fedele ad avvicinarsi all’ arte del Bonsai e, successivamente, alla cultura giapponese.

Nel suo racconto, il conduttore della serata parla dell’ uomo che lui ricorda come il suo primo vero maestro, il primo ad introdurlo al concetto di Omoiyari. Era un falegname di Cava de Tirreni al quale Elio si rivolse nella speranza di rivitalizzare una pianta ormai appassita. Angelo, questo il nome del maestro, da uomo di poche parole si limitò a dire semplicemente “devi imparare a guardare ciò che non c’è”. Da quella frase, che si portava dietro più domande che risposte, è iniziato un percorso di consapevolezza verso quella “filosofia che tocca il mondo materiale”. Con queste parole il fotografo salernitano descrive il concetto di Omoiyari: quel sentimento di empatia e commozione che porta al connubio tra armonia ed estetica nel rispetto verso l’altro, piante o oggetti che siano. I viaggi in Giappone sono divenuti, a quel punto, un tassello fondamentale per la ricerca di questo connubio.

Le sue tappe nel paese del sol levante si dividevano tra borghi che sembravano cristallizzati in un tempo passato, dove la vita trascorreva lenta e pacifica, e le grandi metropoli. Queste ultime sono ordinate, pulite, perfettamente organizzate; qui il silenzio nei mezzi e nei luoghi pubblici è una regola non scritta ma comunque “sacra”. Non esattamente ciò che ci si potrebbe aspettare da città mastodontiche sia dal punto di vista architettonico sia urbanistico e abitate da un numero di persone equivalente ad almeno dieci regioni italiane (la sola Tokyo conta 39 milioni di abitanti).

E’ con queste premesse che Elio Fedele ci introduce al viaggio che andremo a intraprendere attraverso l’ occhio artificiale della sua camera, sulle note di “Forbidden Colours” di Sakamoto Ryuichi.
Gli interventi degli ospiti hanno poi donato ulteriore colore e calore alle meravigliose immagini.
Comprendere se stessi attraverso gli altri
Nata nel 1978 ad Akita, professoressa di lingua giapponese con esperienza ultra ventennale in varie scuole e università private sul suolo italiano, Akiko Sasaki vive Italia dal 2002. Venuta in contatto con Matteo Elio Fedele per la comune militanza nella TTSalerno (Tennis Tavolo Salerno) nel campionato di D2 e per l’ amore condiviso per i reciproci paesi, la professoressa Sasaki ha avuto il compito di fornire al pubblico presente in sala un “metro” per misurare la distanza tra Italia e Giappone.

Collegandosi al discorso precedente di Elio, la sensei di lingua giapponese commenta: “Hai detto delle cose meravigliose sul mio paese ma lo hai anche abbellito più di quanto non sia in realtà: il giapponese medio è molto più riservato rispetto agli italiani“. “Rispondiamo a stimoli sociali e culturali diversi” spiega la prof. ” così come un italiano, per quanto timido, non può rifiutare una stretta di mano, così un giapponese, per quanto estroverso, non è portato a farlo”. “Per fare un altro esempio” continua “ in Italia è normale avvicinarsi ad una persona stesa in mezzo alla strada per aiutare, anche se ci sono già altre 2-3 persone a farlo. In Giappone questo non avviene: potremmo risultare di troppo e dare fastidio, se qualcuno è già presente a soccorrere. Addirittura, se il tizio steso a terra è vestito in giacca e cravatta non ci avviciniamo neanche, per non disturbare: quasi sicuramente è una persona che ha bevuto troppo la sera prima e non riuscendo a tornare a casa ha dormito in mezzo alla strada. Sembra strano, ma succede”
Alla domanda sulle difficoltà che il giapponese presenta rispetto alla lingua italiana, Sasaki risponde: ” Sicuramente gli ideogrammi (Kanji in giapp., Hanzi in cin.) rappresentano un enorme scoglio per molti italiani. E a pensarci bene anche per alcuni giapponesi. Ne abbiamo circa 5000-6000 ma ne utilizziamo solo 3000 all’ incirca. In compenso, una volta che ci si abitua ad usarli, la comprensione del testo è enormemente agevolata: in italiano potresti non conoscere il significato di una parola, ma sai comunque leggerla. In giapponese avviene il contrario.”
Figlio dell’ Arte
Penso non vi siano espressioni di migliori di questa per sintetizzare la straordinaria vita di Tiberio Gracco. La sua storia inizia nel 1987 a Torre del Greco dove è nato e da lì continua a Pompei, culla dell’ uomo e dell’ artista.

“Sono nato all’ ombra del Vesuvio, che è un po’ il mio monte Fuji, e ho vissuto l’ infanzia adiacente agli scavi di Pompei. Spesso mi ci intrufolavo di nascosto per passeggiare immerso nel silenzio di quella bellezza antica. Mio padre e mio zio sono state due figure fondamentali nella mia crescita: papà serigrafo e zio pittore. Ero imbevuto di arte e antichità italiane.”
Ma da qui al Giappone? “Leggevo spesso riviste sul Giappone. Riviste sull’ arte, l’architettura e la ceramica. I vasi furono la cosa che più mi colpì. E partendo da lì mi appassionai alle tecniche di lavorazione in ceramica e in grès porcellanato. A quel punto decisi di costruirmi un tornio e così iniziai a produrre le mie opere. Le immagini su quelle riviste piene di arte, antichità… era la mia infanzia. Ero tornato bambino “
Durante il periodo del Covid, Tiberio pubblicò Instagram molti dei suoi lavori: Ceramiche, Haiku (componimento poetico in tre versi da 5,7, e 5 sillabe ndr.), bonsai e immagini del suo giardino zen. Non passò molto tempo prima che venisse notato dalla NHK (la tv di stato giapponese), e che questa inviasse una troupe nella sua bottega. Gli inviati dell’ emittente nipponica desideravano portarlo a visitare il loro paese. Quando chiesero che cosa volesse vedere del Giappone, Tiberio rispose che voleva solo prendere una scopa e spazzare nel laboratorio di Gyozan Nakano.

Perché mi sveglio ogni mattina
“Gyozan è il più grande ceramista vivente, l’ unico che ancora realizza le sue opere a mano. Come potete immaginare hanno tutte un valore altissimo, essendo pezzi unici, tant’è che nel suo paese è considerato patrimonio nazionale vivente. Purtroppo non aveva eredi. Quando lo incontrai aveva già 84 anni e i suoi figli avevano intrapreso strade diverse. Aveva paura di morire senza poter trasmettere le sue conoscenze. Mentre raccontava la sua storia, con le lacrime agli occhi, chiese di potermi prendere sotto la sua ala. Accettai con immensa gioia e lui mi insegnò tutto quello che sapeva”

Cosa disse il maestro quando andasti via? ” Il giorno prima della partenza, il maestro mi consegnò il camice che indossavo quando lavoravo al tornio con lui e un sigillo con il mio nome da apporre sulle mie opere. Mi aveva consegnato la sua eredità. Dal maestro imparai quale era la mia ragione di vita, il motivo che mi spinge a mettermi in piedi la mattina: Ikigai, la chiamano. Il giorno della partenza, la moglie mi abbracciò e mi baciò sulla guancia. Ero commosso”

Come colto da un lampo improvviso, Tiberio, ridendo, ci racconta di un altro importante insegnamento tramandatogli da Gyozan “Dato che la ricerca della perfezione è nemica dell’ unicità dell’ opera e del sentimento che mettiamo in essa, mi consigliò di usare il sakè. Se il vaso è troppo perfetto, un goccio di sakè è quello che ci vuole. La grappa di riso non se la faceva mai mancare. Quella e le sue partite a shogi (scacchi, ma in stile giapponese ndr.).”

E oggi qual’ è il tuo Ikigai? ” Io ho un sogno; quello di avere una mia scuola per insegnare e diffondere la cultura giapponese in Italia. Ho comprato un pezzo di terra tra le colline di Giovi dove sorgerà il mio laboratorio. E’ un progetto che coltivo da ben 2 anni”