Walter Melchionda: la sua storia e l’anticipazione sulla nuova programmazione di Un Posto al Sole

Walter Melchionda è uno dei volti più amati di Un posto al sole, la storica soap di Rai 3 che da oltre vent’anni racconta Napoli e la sua umanità complessa. Nel cast interpreta due personaggi ormai iconici: il vigile Cotugno, goffo e irresistibilmente comico, e il barone ricco e avaro che ha conquistato il pubblico con le sue contraddizioni. Originario di Castelluccio Cosentino, contrata di Sicignano degli Alburni, Melchionda porta nella soap una verità umana che nasce dal sacrificio, da una vita segnata dalla musica, dal teatro e da un percorso professionale costruito senza scorciatoie. In questa lunga conversazione, ripercorre per noi le sue radici, le difficoltà, i momenti bui, le svolte inattese e la forza che lo ha portato da un piccolo borgo degli Alburni agli studi di Posillipo.

Le origini, la famiglia, il paese

Walter, quanto pensi che le tue origini ti abbiano formato come artista e come uomo?

“Sono nato proprio a Castelluccio, in casa, non in ospedale. Sono l’ultimo di nove figli. Mio padre era un impiegato delle ferrovie, mia madre casalinga. A casa eravamo tanti, e i sacrifici erano enormi. Io vengo dal sacrificio, da una famiglia semplice, non da imprenditori o artisti, e questo me lo porto dentro: è il mio orgoglio. Mio padre sognava di fare una squadra di calcio con tutti noi figli, ma io sono stato l’unico totalmente disinteressato al pallone. Vivevo per la musica. Da bambino ero sempre attaccato alla radio, cantavo, imitavo le voci. In quinta elementare, quando la maestra ci chiese di scrivere cosa volevamo fare da grandi, io scrissi che avrei voluto fare il cantante, andare a Sanremo. La maestra rimase sorpresa. Mia madre un po’ mi prendeva in giro, mi diceva che per andare in televisione servivano raccomandazioni, ma comunque mi sosteneva.  Ero testardo, ho continuato a seguire la mia passione ”.

Il maestro Antonio Cavallo

A 12 anni hai fatto una scelta importante…

“Seppi che a Galdo c’era un maestro di musica. Ci andai a piedi, senza dire niente a casa. Mi presentai, dissi che volevo studiare musica. Rimase colpito: non gli era mai capitato che un ragazzino andasse spontaneamente a chiedere lezioni. Mi prese, non mi fece pagare mai nulla. Mi accompagnava persino a casa perché non avevo un mezzo. Iniziai con il solfeggio, poi con il pianoforte. Suo fratello era docente di sassofono al Conservatorio e iniziò a seguirmi anche lui. Un giorno mi sentì cantare e mi chiese di entrare nella sua orchestra. Da lì è iniziato un percorso durato 25 anni. È stata la mia grande scuola: musica, disciplina, palcoscenico, pubblico, tournée”.

E il teatro quando arriva?

“A Castelluccio c’era un piccolo teatro, c’è ancora. Durante la festa della mamma facemmo una recita e la mia insegnante, Maria Di Iorio, mi fece fare il presentatore, il ballerino e l’attore. Avevo 6 o 7 anni. Fu lì che nacque la passione per la recitazione. In paese non c’erano possibilità, non c’erano scuole. Quella passione ho potuto seguirla seriamente solo dopo i vent’anni ”.

I viaggi notturni per studiare recitazione

Poi ti sei formato a Roma…

“ Sì. Mi iscrissi a una scuola di recitazione al Teatro San Raffaele, diretta da Gegia. Partivo alle due di notte con il treno da Sicignano, arrivavo a Roma la mattina, facevo la giornata di laboratorio e poi ripartivo alle undici di sera. Un giorno a settimana così, per un anno e mezzo.

Gli insegnanti erano di livello: autori Rai, attori di teatro, artisti cinematografici. Ogni mese arrivava un grande artista a fare uno stage gratuito agli allievi.

Mia madre mi aiutava molto, aveva capito che quella era la mia strada. E avevo anche una zia a Roma, sorella di mia madre, che mi sosteneva moltissimo”.

 “Si fa per ridere”

Dopo arrivano anche le prime esperienze di compagnia…

“ Sì. Dopo quella scuola, fondammo una compagnia teatrale amatoriale a Castelluccio: “Si fa per ridere”. Eravamo tutti ragazzi del paese. Il regista, Salvatore Musella, era un napoletano e la commedia si chiamava “Un amore tutto meridionale”. Sono stati tre anni bellissimi: prove, spettacoli, tournée nei paesi vicini. Una delle esperienze più belle della mia vita, perché recitavo con le persone con cui ero cresciuto”.

Poi qualcosa cambia  

“Due mesi dopo la pensione mio padre  ebbe un ictus e morì. Fu un trauma enorme. Sei anni dopo, anche mia madre ci lasciò per un infarto. Quella perdita mi ha distrutto. I primi sei mesi dopo la sua morte ero fuori di me: non accettavo niente. Ero arrabbiato con il mondo, anche con la chiesa. Mi isolavo. Sono stato anche in un convento a Siena. Volevo stare da solo, lontano da tutti. Rimasi con mio fratello. Due anni fa ho perso anche lui. Credevo che fossi io ad accudire lui,  accudire, ma in realtà è stato lui ad accudire me. Lavorava nei cantieri, faceva il muratore, e ha fatto di tutto per non farmi mancare niente. Mi ha sostenuto negli studi, nella musica”.

La processione del Santissimo: il punto di svolta

E poi c’è un episodio decisivo nella tua storia spirituale.

“Sì. Era un giorno di processione del Santissimo. Io stavo molto male, ero ancora nel pieno del dolore per mia madre. Il mio parroco, don Nelvio Fores, che mi era sempre stato vicino, si fermò davanti casa con il Santissimo. Si girò verso di me. Mi guardò e mi benedisse con l’Ostensorio.

In quel momento mi è sembrato di sentire la voce di mia madre: “Smettila di distruggerti, vai avanti”. Ho iniziato a riprendermi. È stato un miracolo personale, una scossa profonda”.

Gli attori spesso hanno tanti amori. È così anche per te?

“Sì, è vero, non mi mancano le donne. Ma è un affetto diverso. Posso avere tante attenzioni, tante relazioni, ma niente, niente, è paragonabile all’amore che mi davano i miei genitori. L’amore dei genitori è un amore incondizionato. Le relazioni sentimentali non possono riempire quel vuoto”.

Il percorso televisivo: Sabani, Rai1, Rai2, Faletti, Frassica

Quando arriva la svolta professionale?

“Negli anni ’90 fui chiamato a Rai1 da Gigi Sabani. Quella fu la mia prima vera esperienza televisiva.

Poi nel ’92 feci un provino e fui preso in una trasmissione su Rai2 con Nino Frassica e Faletti. Lì vinsi una macchina, i gettoni d’oro, un computer, un sacco di premi. Poi Frassica mi chiamò a Roma per Il Programmone. Arrivai negli studi di via Asiago senza sapere nulla. Entrai con lui, arrivarono i cameraman e andammo in onda, tutto improvvisato. Il pubblico iniziò a mandare messaggi, a riconoscermi, a chiedersi come mai fossi lì. È stata una delle esperienze più belle della mia vita”.

 “Un posto al sole”

Quando entri nella soap?

“Nel 2001. Inizialmente ero un figurante speciale: qualche battuta, qualche spostamento, lavoravo nella radio accanto al personaggio di Michele Saviani. Poi mi spostarono al comando dei vigili. Portavo cartelle, comparivo nelle scene, ma non avevo un ruolo fisso. Poi un giorno mi chiamarono: volevano farmi un provino vero. Dopo qualche giorno mi comunicarono che avevano deciso di darmi un personaggio. Così è nato Cotugno. Cotugno è cresciuto con noi: da vigile goffo e ingenuo, è diventato un personaggio comico, irresistibile, pieno di sfumature ”.

Il Barone, il doppio ruolo e il rapporto con il pubblico

“Un giorno mi chiamarono: “Oltre a Cotugno, farai anche un barone ricco e avaro”. Fu una sorpresa enorme e bellissima. Interpretare due ruoli opposti, il vigile fessacchiotto e il nobile tirchio, è  entusiasmante. Nella vita reale io sono tutt’altro che avaro. Ma la gente per strada mi grida: “Caccia i soldi!”. Io rido, li saluto, spiego che è solo un personaggio. La gente si diverte perché il contrasto è forte: il Barone è avaro e ricco. È comico ”.

La nuova programmazione

Il bello é che domani parte la nuova programmazione. Cosa puoi dirci?

“Posso dare solo un piccolo anticipo: Cotugno si innamorerà di una donna che però mira al denaro del barone. Non dico altro”.

Il successo di “Un posto al sole”

Da cosa dipende, secondo te, la longevità della soap?

“Dal fatto che racconta la realtà. “Un posto al sole” tocca femminicidio, omosessualità, camorra, rapporti familiari, precarietà, avarizia, e lo fa in modo realistico, credibile. È poi perché è girata a Napoli: Posillipo, Fuorigrotta. E poi il palazzo Palladini è diventato un simbolo. All’estero è seguitissima: Canada, negli Stati Uniti, in Svizzera, in Germania ”.

Tutto da solo, sei un esempio, anche per i giovani

“Ai giovani voglio dire di non cercare mai raccomandazioni. Bisogna studiare, formarsi, insistere, credere in quello che si fa. Quando ti chiudono una porta, bussa a quella accanto. Il sacrificio è una forza”.

Una figura fondamentale nella tua vita è il maestro Antonio Cavallo

“E’ un fratello. Da quando avevo 12 anni mi ha accompagnato in tutto: mi ha formato nella musica, mi ha sostenuto, mi ha portato nella sua orchestra, mi è stato vicino nelle difficoltà. Con lui c’è un rapporto familiare, profondo. Gli sono molto grato.

 

Walter Melchionda: la sua storia e l’anticipazione sulla nuova programmazione di Un Posto al Sole

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di Ornella Trotta

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