Isaia Sales, Teneri assassini. Il mondo delle babygang, Marotta e Cafiero, collana “Le lucciole”, 17 dicembre 2021, 228 pagine, saggio di criminologia sociale. Basterebbe questo incipit, asciutto e ordinato, per catalogare il libro. Ma già dalle prime pagine si capisce che qui non si tratta di classificare un fenomeno. Si tratta di guardarlo senza alibi.
Frammenti, vite accennate
C’è un errore che questo volume smonta con lucidità: pensare che le baby gang siano solo un problema criminale. Sales sposta il punto di osservazione e lo rende più scomodo. Non racconta il gesto. Racconta il vuoto che lo precede. Dentro Teneri assassini non ci sono protagonisti nel senso narrativo classico. Non ci sono storie da seguire dall’inizio alla fine. Ci sono frammenti, episodi, vite appena accennate. Ragazzi che entrano e scompaiono senza lasciare il tempo di affezionarsi. Ed è proprio per questo che restano.
Salvatore, 15 anni
Uno di questi potrebbe chiamarsi Salvatore. Quindici anni, una scuola abbandonata prima ancora di essere capita, pomeriggi passati “a scendere”, cioè a stare. Un giorno qualcuno tira fuori un coltello. Non per bisogno. Per esistere. E da quel momento il confine tra gioco e realtà si rompe. Non è una storia. È una possibilità. Ed è qui che il libro colpisce.
Normalità delle dinamiche criminali
Sales parte da Napoli, ma non parla solo di Napoli. La usa come lente, non come eccezione. Demolisce la retorica della città “più violenta” e mostra invece un dato più inquietante: la precocità del contatto con la criminalità, la normalità con cui un adolescente può trovarsi dentro certe dinamiche. Non è un’esplosione improvvisa. È un percorso che si costruisce nel tempo.

Il vuoto e le assenze
La tesi è chiara: le baby gang nascono da un vuoto. Vuoto educativo. Vuoto sociale. Vuoto di prospettive. In quel vuoto, la strada diventa identità, appartenenza, riconoscimento. La violenza smette di essere un mezzo e diventa linguaggio. Serve per dire “io esisto”. Il passaggio più duro è anche il più onesto: spesso non c’è un movente forte. Non fame, non necessità. Solo vuoto. Ed è un vuoto collettivo. Perché mentre quei ragazzi “scendono”, il resto della società si ritira. Osserva, commenta, giudica. Ma non presidia più i luoghi in cui si forma il futuro.
E noi dov’eravamo?
La scrittura di Sales è volutamente sobria. Niente spettacolarizzazione, niente concessioni emotive facili. Una scelta precisa: non trasformare questi ragazzi in personaggi, perché significherebbe già deformare il problema. Teneri assassini è un libro che non consola. Non offre risposte semplici. Costringe a cambiare domanda. Non più: “perché lo fanno?”Ma: “dov’eravamo noi mentre imparavano a farlo?”.