Nella Sala Cultura della Banca Monte Pruno, a Sant’Arsenio, si è svolta oggi la presentazione del libro “Qualcosa di noi resterà” di Antonio Polito, edito da Mondadori. Un incontro denso e sincero, che ha affrontato con rigore giornalistico e con tenerezza umana uno dei tabù più ostinati del nostro tempo: la morte.
«Nel nostro Sud il seme della cultura può salvarci. E a proposito della “seconda vita” di cui parla l’autore: c’è qualcosa di molto più importante, un cuore, che continua a vivere. Non lasciare solo ricordi, ma vita. Non monumenti o patrimoni, ma un cuore in chi ci ha incontrati davvero».
Antonio Polito
Tra ragione e mistero
A dialogare con Antonio Polito è stato Raffaele Marmo, condirettore del Quotidiano Nazionale, che ha guidato l’autore in un percorso tra spiritualità, scienza e biografia.Polito ha spiegato che questo libro nasce da una ricerca durata dieci anni, dopo la morte dei genitori.
«Ho ragionato sulla morte per esorcizzarla. La mia è stata una ricerca giornalistica, ma anche personale. E, purtroppo, non sono credente: condivido tutto della religione cristiana, ma non riesco a credere nella resurrezione dei morti».
Nel libro e nel dialogo, Polito cita neuroscienze, fisica quantistica, religioni orientali, esperienze di premorte. Racconta di studiosi convinti che la coscienza non sia un fenomeno chimico, ma quantico, e che potrebbe sopravvivere in una sede non locale.
«Come quando muore il telefonino, ma salviamo i dati nel cloud. Così qualcosa di noi resta».
Ma ciò che rimane, secondo Polito, è soprattutto la capacità di amare.
«Se dovessi dire cosa resta di noi, direi quello che San Paolo chiama agapé: amore, carità. Alla fine, ciò che resterà lo decideremo noi, con la nostra capacità di amare. Più ameremo, più vivremo nella memoria degli altri».
La rimozione della morte
Durante l’incontro, Polito ha ricordato che viviamo in un’epoca che nega la morte.
«Uno storico francese parla dell’epoca attuale come del tempo della morte negata. La pandemia e le guerre avrebbero potuto rompere il silenzio, ma non è accaduto. Oggi nascondiamo la morte negli ospedali, obbedendo all’imperativo della felicità. Ma non è sempre stato così: fino all’Ottocento, la morte era mostrata anche con finalità educative. Nel Pleistocene, i morti venivano sepolti accanto ai vivi».
È un’analisi lucida e inquieta, che attraversa la rimozione culturale e l’ossessione dell’efficienza, della giovinezza eterna, del dolore anestetizzato.
AI, cloud e coscienza: sopravviveremo come dati?
Nel cuore del dialogo, Marmo ha posto una domanda provocatoria:
La coscienza può sopravvivere nel cloud? L’intelligenza artificiale può custodire ciò che siamo?
Polito ha risposto con realismo e una nota di scetticismo:
«L’AI lavora sul cloud, ma si limita a vedere ciò che c’è nel cloud. Quello che abbiamo messo noi. La coscienza è un’altra cosa. È mistero, presenza, forse energia. Forse danza cosmica, come hanno intuito molte filosofie orientali».
E ha raccontato l’esperienza di un politologo risvegliatosi dal coma con ricordi vividi di ciò che stava accadendo mentre era incosciente. Non prove, ma indizi.
Più che un libro sulla morte, una chiamata alla vita
Sulla possibilità di lasciare traccia. Di vivere bene, non nel senso della ricchezza o del successo, ma nel senso profondo e disarmante dell’amore che si dona. Come ha ricordato Albanese, «non siamo ciò che possediamo, ma ciò che facciamo nascere nel cuore degli altri».
E in un tempo che consuma tutto, in cui si ha paura persino di invecchiare, questa è una dichiarazione rivoluzionaria.
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