«L’intelligenza artificiale non deve sostituire il dubbio»

Gianfranco D’Aietti, il magistrato che studia il futuro della giustizia
Napoli — Gianfranco D’Aietti parla dell’intelligenza artificiale applicata alla giustizia con il tono pacato di chi ha attraversato mezzo secolo di trasformazioni della giustizia italiana senza mai perdere il gusto del ragionamento critico. Napoletano d’origine, da anni residente nell’orbita culturale e professionale di Monza e Milano, magistrato, già presidente del Tribunale di Sondrio, pioniere dell’informatica giuridica e volto televisivo di Forum, osserva oggi la rivoluzione dell’IA con uno sguardo distante tanto dagli entusiasmi ingenui quanto dagli allarmismi apocalittici.
Il bello è che per lui il vero rischio non è la macchina. È la perdita del dubbio.
Lo si comprende immediatamente ascoltandolo parlare di diritto, algoritmi e magistratura: il suo non è il linguaggio del tecnocrate affascinato dalla velocità, ma quello di un umanista della giurisdizione. Un uomo che ha visto passare la magistratura delle macchine da scrivere, l’esplosione delle banche dati giuridiche, il processo telematico e oggi l’arrivo dei sistemi generativi capaci non più soltanto di archiviare documenti, ma addirittura di dialogare con essi.
«Per anni», racconta, «abbiamo pensato che avere più sentenze significasse automaticamente avere più giustizia. Oggi rischiamo di commettere lo stesso errore con l’intelligenza artificiale».
Dottor D’Aietti, lei insiste molto sul concetto di “collegialità perduta”. Perché?
«Perché la giustizia non nasce mai davvero nella solitudine. Il giovane magistrato di un tempo cresceva accanto a colleghi più anziani, ascoltava osservazioni, veniva contraddetto, imparava persino a cambiare idea. Oggi invece il rischio è un sistema sempre più veloce ma anche più isolato. E un magistrato isolato può diventare più fragile».
Lei parla addirittura di “informatica ostile”.
«Quando la tecnologia smette di aiutarti a ragionare e ti spinge invece verso scorciatoie mentali, allora diventa ostile. Le banche dati, già negli anni Ottanta e Novanta, avevano creato il rischio della monocultura della massima. Oggi l’IA generativa può amplificare enormemente quel problema».
Eppure lei non appare affatto contrario all’innovazione.
«No, sarebbe assurdo. L’intelligenza artificiale è uno strumento straordinario. Ma bisogna capire quale ruolo darle. Se il magistrato chiede alla macchina “scrivimi una sentenza”, allora stiamo sbagliando tutto. Se invece chiede “dimmi quali sono i punti deboli del mio ragionamento”, allora l’IA può diventare persino utile alla qualità della giurisdizione».
Nei suoi studi compare una formula molto suggestiva: “prompting maieutico”.
Sorride. «Perché secondo me il modello corretto non è quello della delega ma quello socratico. La macchina non dovrebbe sostituire il pensiero. Dovrebbe provocarlo. Io non devo chiedere conferme alle mie convinzioni: devo farmi mettere in crisi».
È qui che nasce la distinzione tra il lavoro dell’avvocato e quello del magistrato?
«Esattamente. L’avvocato ha una funzione difensiva: è normale che utilizzi strumenti capaci di rafforzare una tesi. Il magistrato invece deve fare quasi il contrario. Deve cercare ciò che potrebbe smentire la sua prima impressione. Deve restare aperto al dubbio».
Secondo lei il pericolo maggiore dell’IA è quindi culturale?
«Sì. Perché questi sistemi producono testi eleganti, convincenti, apparentemente perfetti. Ma una sentenza non è soltanto un testo ben scritto. È responsabilità, coscienza, capacità di vedere anche ciò che non emerge immediatamente dai documenti».
Lei è stato tra i pionieri dell’informatica giuridica italiana. Quando ha capito che l’IA avrebbe cambiato radicalmente il quadro?
«Quando ho visto che non si limitava più a trovare documenti, ma iniziava a ragionare sui documenti. È lì che cambia tutto. Prima avevamo archivi. Ora abbiamo interlocutori».
E questa prospettiva la incuriosisce o la spaventa?
«Mi incuriosisce molto. Però bisogna restare vigili. Ogni rivoluzione tecnologica porta con sé una promessa di comodità. Ma il diritto non può ridursi alla comodità».
Nel suo ragionamento ritorna spesso anche il tema della formazione.
«Perché il punto decisivo sarà quello. Dobbiamo formare magistrati capaci di usare questi strumenti senza diventarne dipendenti. Il rischio è che si perda l’abitudine al ragionamento critico profondo».
Lei è stato anche un volto televisivo molto noto grazie a Forum. Le è mai capitato di pensare che la televisione semplifichi troppo la giustizia?
Ride. «La televisione ha i suoi tempi e le sue esigenze narrative. Però può avere anche una funzione utile: avvicinare le persone al linguaggio del diritto. Purché non si trasformi tutto in spettacolo».
Ultima domanda. Se oggi dovesse spiegare a un ragazzo di vent’anni che cosa significa davvero fare il magistrato, che cosa direbbe?
D’Aietti resta in silenzio per qualche secondo, poi risponde lentamente:
«Direi che fare il magistrato significa continuare a porsi domande anche quando si crede di avere già una risposta. E forse, in fondo, vale anche per la vita».