Nel volume di Antonio De Luca ed Enzo Rispi il ritratto di un uomo capace di stare accanto ai poveri, di attraversare la calunnia e di ridere. Un libro che, nel terzo centenario della nascita, riporta Gerardo Maiella alla concretezza del suo tempo e del nostro.
Pubblicato nel maggio 2026 dalle Edizioni della Diocesi di Teggiano-Policastro, San Gerardo Maiella. Il coraggio della santità è il libro con cui monsignor Antonio De Luca ed Enzo Rispi raccontano il santo redentorista nel terzo centenario della nascita. Il volume (95 pagine numerate) è articolato, dopo prefazione e introduzione, in dieci capitoli e nelle conclusioni. Non è una biografia tradizionale, ma un ritratto costruito attraverso le fonti, la spiritualità redentorista e alcuni snodi decisivi della breve vita di Gerardo Maiella.
De Luca guarda a Gerardo anche dall’interno della stessa famiglia religiosa. Redentorista e teologo morale, vescovo di Teggiano-Policastro, è attualmente anche delegato della Conferenza Episcopale Campana per il Cammino sinodale e per la Carità. È un dato che aiuta a leggere il libro: la riflessione sulla santità non rimane separata dalle questioni della povertà, dell’accoglienza, della responsabilità verso gli altri.
L’intenzione degli autori è chiara fin dalle prime pagine. Gerardo deve essere sottratto all’«aura leggendaria e lontana» che il tempo può costruire intorno ai santi e restituito nella sua dimensione umana e cristiana, capace ancora di interrogare il presente. È questa forse la chiave migliore per entrare nel volume: cercare l’uomo che viene prima dell’immagine votiva.
Nato a Muro Lucano il 6 aprile 1726, Gerardo cresce in una famiglia povera. La morte del padre Domenico lo costringe presto a misurarsi con la necessità del lavoro: impara il mestiere di sarto per contribuire al sostentamento della madre e delle sorelle. Anche la vocazione incontra ostacoli. I Cappuccini lo respingono più volte; tenta l’esperienza eremitica; continua però a cercare una strada fino all’ingresso, nel 1749, nella Congregazione del Santissimo Redentore.
Da quel momento emerge progressivamente il Gerardo che De Luca e Rispi vogliono consegnare al lettore: non un uomo sottratto alla realtà, ma immerso dentro di essa.
Particolarmente efficace è il quinto capitolo, “Più opere che passi…” dove appare con maggiore evidenza il San Gerardo che non predica la carità ma la pratica. I superiori riconoscono in lui una singolare capacità di entrare nelle vite altrui: viene mandato nelle città e nei paesi, compone dissidi, incontra persone di ogni condizione, parla con i poveri e con i ricchi, con la gente semplice e con uomini di cultura.
Una delle scene più belle è quella degli Incurabili di Napoli. Gerardo trascorre del tempo con persone affette da sofferenze psichiche; quando arriva, raccontano le testimonianze, porta allegria e conforto e loro vorrebbero trattenerlo. Gli autori colgono il significato essenziale di quel gesto: una presenza capace di diventare carezza dentro l’abbandono.
Poi il tono cambia. Gerardo viene accusato di avere avuto una relazione con una giovane. La denuncia raggiunge sant’Alfonso Maria de’ Liguori, fondatore dei Redentoristi. Per una Congregazione ancora giovane l’accusa è gravissima. In attesa che la verità venga accertata, Gerardo viene sottoposto a restrizioni severe e privato anche della Comunione.
Potrebbe difendersi. Sceglie il silenzio.
È uno dei momenti più difficili da comprendere con la sensibilità contemporanea, e proprio per questo uno dei più interessanti del libro. La santità non viene presentata come immunità dal dolore o dall’ingiustizia. Gerardo viene ferito nella reputazione e nella relazione con la propria comunità. Solo successivamente la denuncia viene ritrattata e la sua innocenza riconosciuta: l’accusa era una calunnia. Gli autori non cancellano neppure le ombre interiori. In una lettera del 1754 Gerardo racconta una delle sue stagioni spiritualmente più tormentate, quando arriva quasi a percepire Dio come lontano. È forse qui che il santo diventa più vicino al lettore: non perché non conosca la crisi, ma perché la attraversa.
Il libro conduce poi naturalmente verso il Gerardo delle madri, dei bambini, della vita nascente.
La morte arriva presto, il 16 ottobre 1755 a Materdomini. Gerardo ha ventinove anni. Sarà beatificato nel 1893 e canonizzato da Pio X nel 1904
Nelle pagine finali la santità non viene proposta come eccezione riservata a pochissimi, ma come possibilità che attraversa il lavoro, la sofferenza, la relazione con gli altri e l’esercizio quotidiano della carità. Il Gerardo che emerge dal libro non è grande perché si allontana dall’umanità, ma perché vi entra più profondamente.
Ed è forse questo il risultato migliore della scrittura di De Luca e Rispi. Il lettore chiude il libro ricordando certamente il mistico e il taumaturgo, ma soprattutto il ragazzo povero diventato sarto, il religioso capace di scherzare, l’uomo colpito da un’accusa ingiusta, il fratello che si ferma davanti alla fame, alla malattia e alla solitudine.
La santità, in queste pagine, non ha il passo di chi fugge dal mondo. Ha quello di chi, incontrando qualcuno che soffre, decide di non passare oltre.