Vallo della Lucania – Esistono diverse chiavi di lettura per analizzare la Festa di San Pantaleone, uno dei momenti più alti ed unificanti della nostra tradizione.
Una festa carica di significati storici e religiosi, che riesce a mantenere viva l’identità di questa comunità, perpetuandosi da secoli, sempre con immutato attaccamento ad essa.

Nei miei primi ricordi di bambino, sul finire degli anni ’60, ne percepivo la grandiosità nelle luci e nelle sagome alte degli adulti che mi impedivano di vedere la processione, obbligando i miei genitori a tenermi in braccio per ammirarla.
Più che all’aspetto sacro, un fanciullo come me era attratto dalle giostre, dalle bancarelle così ricche di dolciumi che emanavano un profumo di buono, costringendo una volta mio padre a comprare tutti i biglietti di una lotteria per poter avere il primo premio in palio, un camion gigante con cui giocai per anni.
Uno dei pochi capricci della mia vita, a cui il mio papà cedette “miracolosamente”!

Crescendo aumentò la consapevolezza della portata religiosa, grazie alla formazione cattolica ricevuta, soprattutto per gli insegnamenti della mia amatissima Maestra Suor Assunta Veneri, nella Scuola Elementare Pinto.
Pur frequentando la Parrocchia di Santa Maria delle Grazie, retta da Don Mario Sibilio, ricevetti il sacramento della Prima Comunione presso la cattedrale di San Pantaleone,, quando era Parroco Don Peppino Fierro, indimenticabile per la sua bonarietà.
Qui cominciò la mia frequentazione con il Santo Patrono ed i luoghi del culto a lui dedicati.

Il rapporto con questa Festa negli anni dell’adolescenza si caratterizzò da alti e bassi, nel naturale processo di crescita fatto di dubbi, di contraddizioni, di insofferenze verso alcune ritualità, reputate forse eccessive.
Il bello è che il fatto di abitare al centro poi, mi “costringeva” a vivere comunque la Festa. La banda musicale, la Santa Messa in piazza, la processione, la folla dei credenti, i cantanti e le migliaia di spettatori fino a notte fonda.
Fu questo il periodo del distacco, in cui avrei preferito vivere altrove per non doverla subire.
Ma nella vita i cambiamenti non sono sempre irreversibili…

Avvenne poi la fase del distacco da Vallo.
L’Università, il servizio militare e poi il lavoro mi allontanarono giocoforza da casa mia.
Qui forse maturò la nostalgia, la voglia di rivivere certe emozioni.
Ma ancora non ne ero pienamente consapevole.
La scintilla scoccò grazie ad un avvocato di Salerno che mi voleva un gran bene. Si trovava in banca a Salerno, nella filiale dove lavoravo, il 27 luglio del 1998. Doveva andare a Vallo per alcuni motivi personali e si meravigliò che un vallese, proprio in quel giorno, non stesse festeggiando San Pantaleo.
Costrinse quasi il mio Direttore a darmi un permesso per consentire di partecipare alla Festa e mi accompagnò personalmente a Vallo.
Ne fui veramente felice, riuscendo ad abbracciare i miei cari, riscoprendo quelle sensazioni che ormai avevo quasi dimenticato.
Da lì cominciai a guardare con occhi nuovi quella suggestiva processione, lunga e numerosa, lenta e colorata.
Ventitrè santi, oltre cento portatori, testimoniano un momento di unità, di partecipazione e di devozione.
Ogni Santo rappresenta una storia, una spiritualità, una appartenenza che si fondono insieme in questo giorno.
È encomiabile lo sforzo organizzativo per riuscire a garantire ogni anno questo risultato, avendo la capacità di trasmettere agli spettatori emozioni difficilmente replicabili.
Come un viaggio nel tempo, tra passato e presente, nella consapevolezza di sentire la responsabilità di trasferire alle generazioni future un ingente patrimonio morale ed ideale.
Una festa di devozione che sancisce il ruolo centrale di Vallo, nella comunità Cilentana.
Anche la piazza, che normalmente ci sembra eccessiva per gli effettivi abitanti, esprime la sua reale portata storica proprio nei giorni di questa festa.
Un luogo fisico, nato come piazza mercatale, ma che trova la sua giusta funzione nella vocazione morale e culturale di questo posto e di tale ricorrenza, nel fungere da traino per il territorio in certi momenti storici, proprio grazie al ruolo della Chiesa.
Il numero considerevole di sacerdoti, suore, amministratori pubblici, autorità e di fedeli, provenienti anche da altri comuni, ne sono la conferma.
Con la maturità è cresciuta poi una maggiore conoscenza dei processi storici che hanno determinato la nascita e la crescita di questa comunità, di cui la Festa patronale può essere considerata un momento celebrativo.
Rileggendo la nostra storia locale, si trovano tracce importanti del ruolo svolto dai nostri antenati per dare forma e sostanza alle istituzioni civili e religiose di Vallo, tra cui la costituzione della Diocesi.
Aspetto che riempie di orgoglio ma, allo stesso tempo, dovrebbe servire da sprone per continuare un’azione congiunta di rilancio della nostra comunità, spesso non in linea con le ambizioni di chi ci ha preceduto.
Questa Festa, oltre a celebrare la figura di San Pantaleo, rappresenta l’affermazione del nostro ruolo di centro Diocesano, sul quale si è imperniato lo sviluppo culturale delle generazioni successive, costituendo quell’impalcatura morale sui cui si è fondata la nostra comunità.
I momenti celebrativi come la nostra Festa Patronale e, soprattutto, la recente elezione del nuovo Pontefice, dovrebbero indurci a molte riflessioni ed alla speranza che si riesca a fermare il declino nella società civile, aspetto che ha spinto gli uomini verso un materialismo sempre più sfrenato, contribuendo alla decadenza delle classi dirigenti.
La Chiesa ancora una volta è chiamata ad assolvere il suo ruolo storico di supporto morale e di supplenza civica. Fornendo modelli di comportamento, esempi da seguire, continuando a plasmare le coscienze ed a formare donne e uomini per costruire un futuro migliore.
Le foto sono di Delfino Vitolo.