In un contesto di forte instabilità economica e rapidi cambiamenti normativi, saper affrontare la crisi d’impresa con lucidità e in anticipo non è solo una necessità legale, ma un valore strategico essenziale. È da questa visione che nasce Oltre la crisi. Architetture d’impresa e sostenibilità, il nuovo volume di Antonio Luongo, dottore commercialista e revisore contabile.

Il libro si propone come uno strumento operativo e culturale aggiornato alla recente normativa: non un semplice commento al Codice della Crisi d’Impresa, ma una vera e propria guida per trasformare le difficoltà aziendali in occasioni di rinascita e sostenibilità.

 

Dottor Luongo, nel suo libro descrive la crisi non come un fallimento ma come momento di scelta e rinascita. Cosa significa, oggi, scrivere di crisi? E perché è importante farlo?

«Scrivere di crisi oggi significa parlare di noi. Perché la crisi non è solo economica: è anche culturale, umana, a volte perfino emotiva. Ho voluto mostrarla non come una condanna, ma come un’occasione di verità. In fondo, tutti attraversiamo momenti in cui qualcosa si spezza e dobbiamo capire come ricominciare. È importante parlarne perché finché la crisi resta un tabù, continua a spaventarci. Se invece la guardiamo in faccia, ci insegna. E può perfino diventare una buona maestra».

Lei propone un diritto della crisi d’impresa che non si limita alla norma, ma si apre alla responsabilità, all’etica, alla dignità. In un sistema economico dominato dalla produttività, è davvero possibile tenere insieme questi valori?

«Io credo di sì, e credo anche che non ci sia altra strada. L’etica non è un orpello, è un investimento. Se l’impresa si fonda solo sul profitto, prima o poi implode; se invece costruisce fiducia e rispetto, diventa sostenibile. La produttività senza dignità è come un edificio senza fondamenta: può reggere per un po’, ma alla prima scossa crolla. L’impresa che dura è quella che tiene insieme conti e coscienza».

Nel suo volume compaiono anche l’intelligenza artificiale e la sostenibilità. In che modo stanno ridefinendo il diritto della crisi d’impresa? E quali scenari intravede?

«Stanno cambiando tutto e alla velocità della luce! L’intelligenza artificiale può essere una grande alleata, se la usiamo per prevenire, non per sostituire. Può aiutarci a leggere in tempo i segnali di difficoltà di un’azienda, ma resta un mezzo: serve sempre la mente e il cuore di chi decide. Quanto alla sostenibilità, ormai non è più una parola di moda, è una necessità. Il futuro appartiene a chi saprà unire tecnologia e responsabilità, efficienza e rispetto.

Lei usa spesso la metafora dell’architettura per parlare di impresa. Ce la spiega?

«Per me l’impresa è come una casa: deve essere solida, accogliente e ben progettata. Non basta un bel tetto se le fondamenta sono deboli. E come ogni buona architettura, anche quella d’impresa nasce da equilibrio, misura e bellezza. Io credo che dentro un’impresa ci debba essere armonia tra numeri e persone, tra regole e sogni. Se c’è questa armonia, anche nei momenti di tempesta la struttura regge».

Ogni impresa può subire una battuta d’arresto e poi risollevarsi. Qual è, secondo lei, la qualità più importante per chi vuole davvero ricominciare?

«La capacità di non farsi definire dagli errori. Tutti sbagliamo, ma non tutti impariamo. La qualità decisiva è la lucidità di chi accetta la realtà e la trasforma in ripartenza. E poi serve fiducia: senza fiducia non si costruisce nulla, nemmeno un sogno. Ricominciare, in fondo, è un atto di coraggio ma anche di leggerezza, come dire: “ho capito la lezione, adesso riparto meglio”».

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di Mariana Cavallone

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