Buen Camino, il nuovo film di Checco Zalone mi ha lasciato una sensazione che non provavo da tempo: la leggerezza che non banalizza, ma accompagna il pensiero. Buen Camino è un film leggero e profondo insieme. Fa ridere molto e fa riflettere senza mai diventare pesante. Le battute sono acute, mai gratuite. Non c’è un solo momento di noia. I paesaggi sono emozionanti, tanto da far venire voglia, davvero, di mettersi in cammino verso Santiago.

Dal lettino al Cammino di Santiago

Gli attori sono bravissimi e perfettamente amalgamati. Zalone riesce ancora una volta a offrire uno spaccato credibile della vita reale, raccontata con la sua ironia inconfondibile, mai cattiva, mai compiaciuta. Si parte dal lettino di un urologo e si arriva a un lungo Cammino di Santiago di Compostela: un arco narrativo che è già, di per sé, una dichiarazione d’intenti. Magistrale l’arco di trasformazione del protagonista.

Pellegrini, suore confuse, Ferrari rombanti e ostelli modesti

Il bello è che nel film c’è tutto: pellegrini carichi di aspettative, suore confuse, innamorati, solitudini improbabili. C’è il super ricco cafone, semplicemente strepitoso, con la giovanissima compagna fatua e attratta dal denaro, una sequenza che sembra uscita direttamente dallo scroll quotidiano dei social. Ci sono Ferrari rombanti, tori scatenati, ostelli modesti e fatiscenti, vino buono travasato e “mistificato”, e la geniale trasformazione di uno chef stellato in pastore, tra Patanegra e ironia pura.

Un padre in cammino

Ma sotto la superficie comica scorre un racconto profondo. Ho apprezzato tantissimo la spiritualità che emerge come possibile risposta ai disagi esistenziali di un mondo dilaniato dalle guerre e dall’individualismo, mai ostentata, mai retorica. E soprattutto il rimettersi in gioco del padre.

Una lezione sulla prevenzione

Il film ha il grande merito di raccontare la malattia con immensa ironia, senza pietismo. E dentro questo racconto entra in modo intelligente anche il tema della prevenzione che si conclude con un’operazione chirurgica lungo il cammino. La cura come atto d’amore, non come condanna.

Si ride e si pensa

Si ride tanto, e si ride in modo politicamente corretto, senza parolacce (forse tre o quattro in tutto il film). Si ride persino di temi complessi come il body shaming, trattato con leggerezza e intelligenza, e perfino di Gaza, in una scena di altissima comicità, che sembra un ossimoro ma non lo è. Il vero denominatore comune resta però l’affetto profondo tra un padre e una figlia: alla fine, più che il cammino verso Santiago, è il cammino della figlia verso il padre e del padre verso la figlia. Un film da vedere.

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di Ornella Trotta

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