Sembra che l’impunità dei potenti sia una costante delle storia italiana. Professor Sales, da dove nasce questa convinzione?
“Nasce dai fatti storici. Dall’Unità d’Italia in poi, il potere politico ed economico ha sempre preteso di essere ‘ingiudicabile’, cioè sottratto al controllo della magistratura. È una linea di continuità impressionante: cambia la forma dello Stato, ma non il rapporto tra potere e giustizia. Chi detiene potere ha sempre cercato di sottrarsi alle conseguenze delle proprie azioni”.
In un recente saggio ha parlato di continuità che attraversa secoli, addirittura dal Medioevo. Non è una forzatura?
“No, perché l’idea dell’‘immunità’ del potente nasce proprio lì. Nel Medioevo si poteva sfuggire alla legge per nascita, per ruolo o per vicinanza al potere. Nella modernità questo privilegio non è scomparso, si è semplicemente trasformato: oggi passa attraverso la politica, le istituzioni, la ricchezza, le relazioni. Formalmente siamo tutti uguali davanti alla legge, ma nei fatti non lo siamo mai stati davvero”.
Secondo lei l’Unità d’Italia ha aggravato questo problema invece di risolverlo?
“Sì. Uno dei nodi centrali dello Stato unitario è stato proprio quello della giustizia. La continuità con l’epoca preunitaria è fortissima. I proverbi popolari lo raccontano meglio di qualsiasi trattato: ‘Chi comanda fa la legge’, ‘Fatta la legge, trovato l’inganno’. Non sono folklore, sono sintesi storiche”.
Nel suo articolo cita numerosi casi emblematici di impunità. Ce n’è uno che ritiene particolarmente significativo?
“Ce ne sono molti. Dal grande scandalo delle ferrovie del 1861, che coinvolse il ministro Piero Bastogi, al caso del Monopolio dei tabacchi, fino al colossale scandalo della Banca Romana. In quel caso il capo del governo Francesco Crispi aveva incassato somme enormi, ma non subì alcuna condanna. E poi c’è Palermo: migliaia di morti di mafia tra il 1861 e il 1896 e solo dieci ergastoli. È un dato che parla da solo”.
Che ruolo hanno avuto magistratura e politica in questo sistema?
“Spesso la magistratura è stata parte del problema, non la soluzione. Il nuovo Stato ha trasmesso ai magistrati non solo il potere, ma anche l’appartenenza sociale: figli di notabili che giudicavano altri notabili. Il controllo politico sulla giustizia è stato forte, costante, sistemico. Da qui nasce la sfiducia storica degli italiani verso la giustizia”.
E durante il fascismo?
“Il fascismo ha semplicemente reso esplicita questa dipendenza: i giudici erano direttamente subordinati al governo. La giustizia serviva a reprimere il dissenso e a garantire l’ordine, non certo l’uguaglianza. Le regioni meridionali, poi, avevano il compito di ‘tenere tranquilli’ i territori, anche a costo di convivere con il crimine”.
Il secondo dopoguerra sembrava aver aperto una fase nuova. È stato davvero così?
“In parte. La Costituzione ha introdotto principi fondamentali, ma l’anticomunismo ha finito per giustificare ogni compromesso. In Sicilia, per esempio, la lotta al comunismo ha prevalso su quella alla mafia. Contadini e sindacalisti venivano eliminati, mentre i responsabili restavano impuniti. La giustizia continuava a colpire i deboli”.
Quando, secondo lei, si è davvero provato a invertire la tendenza?
“Con la stagione delle grandi riforme e con Mani Pulite. Per la prima volta si è provato a rompere il legame tra potere politico ed economico da un lato e impunità dall’altro. I risultati furono evidenti: condanne, inchieste, responsabilità accertate. Ma quella stagione è stata breve”.
Oggi lei vede un tentativo di tornare indietro?
“Sì. Oggi si vuole ribaltare quella inversione di tendenza. Si torna a mettere in discussione il principio che tutti siano uguali davanti alla legge. Si delegittima la magistratura, si riscrivono le regole, si costruisce l’idea che l’impunità dei potenti sia una necessità di governo. È questo il vero pericolo”.