“Reato penale”: cronaca di una redenzione da tre milioni e mezzo

Chiara Ferragni è libera.
Il pandoro è stato digerito.
Il reato? Anzi, scusate, il “reato penale”, non esiste più. Sì, perché l’ex studentessa di giurisprudenza, oggi comunicatrice del perdono, ci informa che il giudice ha stabilito che “non c’erano nemmeno i presupposti per un processo penale”.
Naturalmente, tralascia di dire che il procedimento si è estinto per remissione della querela, a seguito di un gentile versamento di 3 milioni e mezzo di euro. Un dettaglio.

È un po’ come se io rubassi in un supermercato, pagassi 3 milioni al direttore e poi dicessi che il giudice ha stabilito che “non c’erano i presupposti per accusarmi”. Ma lasciamo stare. Non è questo il punto.

Reato penale?

Il punto è che Chiara Ferragni, in un post patinato in scala di grigi, scrive “reato penale”. Lo ripeto:
“Reato penale.”
Una tautologia così clamorosa che fa tremare anche i banchi dell’esame di “Introduzione alle scienze giuridiche”. E qui non siamo davanti all’ignoranza.
No, quella è troppo democratica.
Qui siamo davanti a qualcosa di peggio: la superficialità di chi può permettersela, perché tanto non le servirà mai nulla davvero.
Chiara Ferragni ha studiato giurisprudenza con la tranquillità di chi sa che non dovrà mai usarla.
Come altri fanno yoga, o acquerello. Ha potuto seguire le lezioni sapendo che non le sarebbero servite per sopravvivere. Niente notti a ripetere, niente ansia da fuori corso, niente genitori che aspettano quel pezzo di carta come riscatto sociale.
Perché per Chiara non era questione di futuro. Era contorno. E quindi, quando oggi scrive “reato penale”, non è ignoranza: è disprezzo inconsapevole.
È la prova che ha attraversato il sapere come si attraversa una boutique: con lo sguardo annoiato di chi sa che potrà uscire a mani vuote e vivere comunque da regina.

Andiamo oltre il lessico


Andiamo dove fa più male: al confronto con la realtà.
Perché mentre Chiara chiude il suo capitolo difficile con una caption ben stirata e la complicità della legge (resa ancora più tenera dalla riforma Cartabia), milioni di persone vivono vite dove non possono sbagliare nulla. Studenti che se prendono 22 anziché 30 si sentono falliti. Precari che se un datore decide che non sono “adatti al team” vanno a casa con zero preavviso.
Lavoratori che si alzano alle 5, convivono con l’asma da capannone, e devono sorridere anche quando la schiena urla.
Gente che non può pagare 3 milioni per rimediare a un errore.
Gente che non ha neppure il diritto di sbagliare una parola, figuriamoci una truffa.

Per Chiara tutto è redenzione estetica


Basta un video ben montato, un tono sommesso, due parole sbagliate messe con la faccia giusta. E la narrazione cambia.
Non più influencer al centro di una brutta vicenda giudiziaria, ma vittima silenziosa, donna resiliente, madre ferita, icona redenta.

L’immunità emotiv
Non la (presunta) truffa, di truffatori il mondo è pieno.
Fa schifo l’immunità emotiva, l’immunità culturale, l’immunità sociale. Fa schifo una società che permette a chi nasce protetto di sbagliare senza pagare, mentre punisce chi cade provando a costruirsi un destino.

Chiara Ferragni non è il problema.


È il sintomo. Il sintomo di un sistema che assolve il privilegio anche quando delinque, e condanna la povertà anche quando studia, lavora, resiste.
Un sistema che trasforma ogni bonifico in assoluzione morale.
Un sistema dove se nasci col salvagente, puoi anche scrivere “reato penale” e restare un’ispirazione.
Ma se nasci senza, ogni errore è un’ecatombe. Chiara è libera.
Il pandoro è scaduto.
Noi, invece, siamo sempre in saldo

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di Liberato Luongo

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