Salerno. Giovedì 3 Luglio scorso, presso La Tenuta dei Normanni, nell’ambito del Festival delle Colline Mediteranee, è andata in scena Le Troiane di Euripide, con la regia del maestro Antonio Carraro. Attore, regista e fondatore del “Teatro del Giullare”, Andrea Carraro ha portato nella splendida cornice del teatro greco della Tenuta un opera tristemente attuale, come anche egli stesso ha sottolineato, che sembra trarre alimento dalla drammatica condizione dell’ Ucraina e di Gaza: l’ opera del drammaturgo greco mostra, con inclemente ed immediato realismo, l’ eredità di morte e sofferenza che i vincitori lasciano ai vinti ma anche la cruda realtà del dopoguerra, nella quale gli unici a non soffrire e a non pagare pegno sono i morti.

Ida Lenza: La legge dell’ Ethos
L’ introduzione della serata è stata affidata alla professoressa Ida Lenza, dirigente scolastico del liceo classico Torquato Tasso di Salerno. Con un excursus sui momenti salienti della tragedia, la professoressa ha illustrato l’importanza degli dei Poseidone e Atena come motore degli eventi (Deus ex machina). Eventi che avranno come fulcro quella sorta di “Dissoi Logoi” dati dalla contrapposizione tra le coraggiose e imbattute troiane, che mantengono intatta la loro dignità e si ergono forti e salde contro la sorte avversa, e i re greci, che si dimostrano oltremodo spaventati dai presagi di future sventure e, al tempo stesso, inermi difronte al prezzo che pagheranno, al cospetto degli dei per le loro barbarie. Le posizioni dei vinti e dei vincitori si rovesciano grazie all’ Ethos (l’ etica/la morale socialmente intesa), elemento fondamentale insieme al Logos (il discorso logico) e al Pathos (l’ emozione, l’ intensità) nel determinare la dignità e la credibilità di un oratore. Caratteri dei quali i greci mostrano di difettare, nel momento in cui si macchiano di violenze su giovani e anziani inermi, del rapimento delle donne dai loro talami e della dissacrazione dei templi.

Oggi come ieri
La professoressa conclude la sua introduzione ricordando il periodo in cui quest’ opera è stata messa in scena per la prima volta: 415 A.C, un anno dopo la battaglia di Milo. In quello scontro gli ateniesi trucidarono e schiavizzarono la popolazione dell’ isola, la cui unica colpa era di essere rimasta neutrale durante la guerra del Peloponneso contro Sparta. Questo evento, continua Ida Lenza, richiama alla mente scene di guerra e morte a noi così vicine, Gaza e Ucraina. Sono due gli artisti che, come Euripide con i troiani, hanno dato voce alle sofferenze dei due popoli: Lesja Ukrainka che nel 1903 denunciò la sofferenza del popolo ucraino sotto l’ impero zarista nel suo Vavylons’kyj polon (“Cattività babilonese”) e Omar Esstar autore de “L’urlo di Gaza”.
Le Troiane di Carraro
L’ inversione di Carraro: gli attori occupano Il koilon, l’area a gradoni semicircolare del teatro riservata agli spettatori, che occupano invece l’ orchestra e la skenè. Il koilon lo sfruttano in tutta la sua estensione a significare della grandezza della scena e dei personaggi.
Athena ex machina
Due figure mascherate appaiono in scena, con movenze regali e linguaggio distaccato che non nasconde la loro indifferenza di fronte alla tragedia troiana. Atena, pentita dell’ aiuto offerto agli ingrati greci durante la guerra di troia, chiede allo zio Poseidone di partecipare al suo piano per vendicarsi di quei vincitori che non hanno risparmiato il suo tempio e quello del padre Zeus da saccheggi e distruzione. Il dio dei mari, stupefatto per il cambio di rotta da parte della dea, accetta di prendere parte al suo piano di vendetta. Non senza sottolineare l’ ironia della situazione: Atena aiutò i greci ad espugnare la città che Poseidone tanto amava, ma ora chiede a quest’ ultimo di maledirne il ritorno via mare.

Una corona di alloro per Cassandra
Appare Ecuba, moglie di Priamo e regina di Troia, al centro della scena vestita di stracci logori, adagiata sugli scalini: Una povera vecchia che canta lamenti e siede su un trono di miseria. Giunge accompagnato dalla scorta armata il messaggero del re Agamennone per comunicare ad Ecuba il destino che attenderà lei e le sue compagne: Ecuba andrà ad Ulisse l’ ingannatore che corrompe il mondo con le sue menzogne, Andromaca andrà a Neottolemo (figlio di Achille), Polissena (l’ ultima figlia di Ecuba) farà per sempre la guardia alla tomba di Achille. Infine, la sacerdotessa Cassandra andrà in sposa ad Agamennone.

Spunta da dietro una tenda, Cassandra. Tanto bella quanto folle, la giovane sacerdotessa appare sulla scena ridendo e danzando con due fiaccole che agita freneticamente. Sogna uno “splendido” matrimonio con il re, chiede alla regina Ecuba di rallegrarsi per lei e di adornarla con una splendida corona di alloro destinata ai condottieri vittoriosi. La giovane vede nel futuro è sa che grazie a lei Agamennone troverà la morte. Come altrimenti dovrebbe reagire Clitennestra, moglie di Agamennone, sapendo che il suo sposo porterà a casa un’ amante barbara, dopo dieci anni di lunga assenza?
Il messaggero zittisce la donna suggerendole, se desidera rimanere ancora in vita, di tenere per sé i suoi deliri.
( Apollo donò a Cassandra il potere di predire il futuro. Quando il dio se ne invaghì la sacerdotessa lo rifiutò ed egli le sputò in bocca, maledicendo la sua lingua. Nessuno avrebbe mai più creduto alle sue profezie, Ndr)
“Crescendo potrebbe cercare vendetta…”
Andromaca, moglie di Ettore, con il figlio Astianatte raggiunge Ecuba al centro della scena. Ricordano i figli e gli amici perduti, ma sopra tutto ricordano Ettore, il guerriero più valoroso di tutti. Più valoroso persino di Achille: Ettore andò incontro alla morte sfidando un uomo con l’ armatura di Efesto, l’ invulnerabilità datagli dalla madre Teti e il favore della dea Atena. Nessun dio lo guidava, nessuna veste incantata lo copriva… Solo contro gli dei. E ora che il marito abita le profondità dell’ Ade le sue qualità di donna virtuosa e moglie devota le si sono ritorte contro, rendendola un prezioso trofeo di caccia.
Ma la speranza vive ancora nel piccolo Astianatte, l’ unico sopravvissuto. Egli porterà avanti l’ eredità della famiglia , crescerà e diverrà forte come suo padre e, chissà, magari ritornerà a casa per ripopolare e ricostruire la loro terra martoriata. Purtroppo, Ulisse aveva altri piani.

Il messaggero ritorna profilando nuove sventure. Con fare premuroso e voce serafica, il portavoce dei greci riporta alle due donne quale destino crudele spetterà al bambino. Il re di Itaca teme che il bambino possa crescere sano e forte come suo padre, ed allora potrebbe decidere di vendicarsi. Sarà lanciato giù dalle mura della mura di Troia.
“I potenti e civilizzati Greci! Hanno paura di un bambino!” (Ecuba)
Femme fatale
Ecuba ha ancora una possibilità di ottenere giustizia, e desidera soltanto che Menelao renda onore agli uomini morti per lui compiendo il suo dovere come re e marito: Elena deve morire. Menelao concorda con la sovrana troiana, ma lei lo avverte di non guardare Elena negli occhi quando quest’ ultima proverà a difendersi. Indispettito per aver visto la sua forza autorità in discussione, Menelao fa sapere alla donna che la fiamma dell’ amore è oramai estinta, che Elena verrà lapidata come qualunque altra fedifraga e che …”Attento: Tra le ceneri covano le scintille” interrompe Ecuba.
Scortata da due soldati, Elena viene portata di fronte al marito che (in cuor suo temeva che la donna troiana avesse ragione) non le rivolge mai lo sguardo.

Elena racconta di come Paride l’ abbia sedotta con l’ aiuto della dea Afrodite, la quale aveva promesso la moglie di Menelao al giovane troiano solo per vincere una sciocca contesa con Era e Atena. La principessa spartana lamenta la sofferenza nel non potersi liberare del giogo di Eros, di quanto desiderasse scappare da quella prigione che per lei era diventata Troia, il desiderio di riabbracciare il suo sposo, il tentativo di togliersi la vita, le lacrime versate. Ma alla fine, continua Elena, ha compreso come quella follia d’amore (afrosione) che l’ ha spinta tra le braccia di Paride fosse stata in realtà una benedizione degli dei. Se paride avesse accettato i doni di potere, ricchezza e supremazia bellica offerti da Atena ed Era, oggi sarebbero stati i greci a subire la conquista troiana.
A nulla valgono le arringhe di Ecuba che rivela ad Agamennone quanto la moglie amasse vivere nel lusso troiano, quanto amasse Paride alla follia e quante volte pregò Elena di andare via per salvare il suo amato e gli altri suoi fratelli. Quando Menelao sedotto dal Logos di Elena si volta per guardarla, la bellezza della principessa figlia di Zeus gli da il colpo di grazia. Menelao ordina che la traditrice sia scortata alla sua nave, ma rassicura le troiane che al loro rientro a Sparta giustizia sarà fatta.
Giustizia fu fatta.
Il dramma si consuma
Quando viene riportato il giovane Astianatte esanime e martoriato sopra lo scudo che un tempo apparteneva al figlio Ettore, la regina è travolta da sentimenti contrastanti: La tenerezza per il ricordo del figlio perduto (“Questa linea sullo scudo… è dove lui appoggiava il mento per riposarsi quando era stanco”) e la disperazione per la morte del nipote, ancora troppo giovane.
“Non conoscerai mai il piacere della gioventù. Le ruvide pietre hanno distrutto il tuo viso. I tuoi splendidi ricci. Quando sarei morta te li saresti tagliati per lasciarli sulla mia tomba. Ma ora sono io a doverti seppellire”
Un ultimo tentativo di ribellione quando Ecuba tenta di gettarsi tra le fiamme che divampano nella per la città. Fragore di tamburi, i soldati greci agitano le fiaccole e frenetici corrono da un estremo all’ altro delle gradinate. L’ atmosfera è soffocante. Troppo. Ormai stanca, la moglie di Priamo, segue il messaggero greco che, dopo averle impedito di gettarsi tra le fiamme, la scorta verso le navi pronte a salpare per l’ Ellade.