Pino Aprile: “Ho scritto Terroni per dovere. Non pensavo avrebbe cambiato la storia”

Partiamo da Terroni, il suo primo libro simbolo. A oltre dieci anni dalla sua uscita, crede che abbia cambiato la consapevolezza dei meridionali rispetto alla loro storia?

“È un dato di fatto, anche se devo dire la verità: non avevo la minima idea che avrebbe avuto quell’accoglienza, né io né il mio editore. Era qualcosa che sentivo il dovere di scrivere. Ci ho lavorato per trent’anni, mentre pubblicavo altri libri. Poi, 13 anni dopo la prima uscita, l’ho riscritto e ampliato di oltre 100 pagine. Così è nato Il nuovo Terroni”.

Immaginava che avrebbe cambiato il punto di vista sul Sud e dato una forma di riscatto al Mezzogiorno?

“No. L’ho scritto per senso di responsabilità, quasi convinto che non sarebbe interessato a nessuno. E pensi che Terroni è stato il mio libro con la prima edizione più piccola… ma due ore dopo l’arrivo in libreria era già esaurito. È esploso. Giordano Bruno Guerri scrisse che del Risorgimento si sarebbe potuto parlare solo come “prima di Terroni e dopo Terroni”. Non sarebbe più stata la stessa cosa”.

Molti docenti, subito dopo le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, l’hanno fatto leggere agli studenti. Ha dato loro un altro punto di vista. Lei afferma che il Sud è stato a lungo sfruttato e marginalizzato, altro che assistito. Ce lo può spiegare meglio?

“Purtroppo è una verità semplice. Già dai primi anni dell’unificazione, i più grandi e onesti intellettuali italiani spiegavano che l’Unità d’Italia fu fatta col sangue e coi soldi del Sud, per pagare i debiti del Piemonte. È stato un saccheggio”.

Ma nei libri di storia questo non si trova…

“Non solo non si trova, ma se oggi leggete certi testi sul brigantaggio, scritti anche da autori meridionali, ci si riferisce ai “borbonici” e ai “briganti” come se non fossero italiani. Come se l’italianità appartenesse solo a chi stava al Nord, mentre chi si opponeva era semplicemente un nemico da sottomettere. È come se ci avessero portato l’identità italiana sulla punta delle baionette”.

Autonomia differenziata e ponte sullo Stretto. Sono opportunità reali o l’ennesimo inganno ai danni del Sud?

“L’autonomia differenziata è il gesto disperato di un Nord che ha capito che il Sud non ci sta più. Serve a fotografare la situazione coloniale attuale e renderla permanente: le risorse di tutti per garantire i privilegi di pochi. Ma questo spaccherà il Paese. L’Italia è vicina al limite massimo di disuguaglianza secondo il coefficiente di Gini. Quando lo superi, storicamente, arrivano violenza, secessione, disordini civili. Il ponte sullo Stretto? È un’opera pubblica essenziale, chiesta dall’Unione Europea dal 1976, fondamentale per completare il corridoio Helsinki-Malta. Ma viene boicottato perché collegare il Sud – porti, alta velocità, logistica – significherebbe togliere al Nord il monopolio delle grandi navi e dei fondi pubblici”.

Il bello é che nei suoi libri racconta spesso un Sud vinto ma non domato. Qual è secondo lei la forza più sottovalutata del popolo meridionale?

“La memoria. È un fenomeno carsico: la puoi soffocare per decenni, ma poi riaffiora. È nel nostro DNA. La nuova scienza dell’epigenetica dimostra che portiamo con noi memorie inconsce che a un certo punto riemergono. Ora, per esempio, sta riaffiorando la nostra vera radice identitaria: quella sannita. I Sanniti hanno chiamato per primi questa terra “Italia”. La nostra cultura è viva anche nei termini della Divina Commedia, e sono più oschi che latini”.

Parte della critica la accusa   di non avere un approccio scientifico alle fonti storiche. Cosa risponde?

“Che non leggono i miei libri. Le fonti ci sono. Io non faccio libri accademici, perché non voglio allontanare il lettore. Sono un giornalista, un divulgatore. Gli accademici difendono una narrazione funzionale al potere nato dall’unificazione. Se cambi quella narrazione, crolla tutto. E loro lo sanno”.

Se potesse rivolgersi oggi a un giovane meridionale che vuole emigrare, cosa gli direbbe?

“Gli direi: “Ricorda chi sei”. Anche se non te lo ricordi, prima o poi la vita te lo farà ricordare. Tempo fa un giovane molto promettente chiese consiglio a Franco Tatò: “Devo andare via?” Tatò rispose: “Non cambiare Paese. Cambia il Paese”. È quello che dovremmo fare tutti”.

Stasera presenta a Campagna il suo nuovo libro, La brigante bambina. È un romanzo storico?

“Sì, ma i fatti narrati sono tutti veri. Compresa la protagonista. L’ho scritto con spirito romanzesco, ma radici nella realtà”.

Intervista raccolta a Campagna il 12 luglio 2025, in occasione della presentazione del libro “La brigante bambina”

Foto di Santino Campagna

stampa

di Ornella Trotta

Condividi
Potrebbe anche interessarti

Dialetto, espressione d’ amore. Parla Cono Cimino

Dialetto, espressione d’amore. Parla Cono Cimino   Teggiano. Oggi il Bello torna…
Condividi