La mail
Lunedì mattina, con la gentilezza di chi bussa prima di entrare, ho inviato una mail all’ambasciatore italiano a Praga – o alla sua segreteria, o non so bene a chi perché non mi hanno risposto. Avrò sbagliato? Mi hanno dato una mail errata? Saranno in vacanza? Un messaggio semplice, in punta di penna: mi sarebbe piaciuto incontrarlo, dialogare di cultura ceca e di quel ponte invisibile, ma resistente che unisce il nostro mondo italiano a quello boemo. Nessuna risposta, almeno finora. Ma non si sa mai, forse ci sarà una prossima occasione. Le città, come le persone, amano le seconde possibilità.
L’arrivo
Giovedì pomeriggio atterriamo a Praga. Appena arrivati in aeroporto, ci imbattiamo nel primo ‘benvenuto praghese’: il tassista ci spilla 50 euro per portarci in zona zona 1. Un prezzo decisamente sopra la media, ma il viaggio è appena cominciato e decidiamo di non rovinarci l’umore. All’aeroporto, mentre attendiamo il nostro taxi, noto un uomo alto e fiorido, con accanto una bambina di circa due anni. Sta aspettando la sua compagna con un mazzo di fiori in mano. Qui i fiori sono semplici, incartati con carta umile, talvolta persino carta di giornale. Poco distante, una signora anziana, dall’aspetto un po’ infiammato nel volto e con lo sguardo perso, tiene in mano anche lei un mazzo di fiori. Mi guarda, si avvicina e con voce lieve mi chiede dove stia andando. C’è in lei qualcosa di dolce e spaesato, come se avesse confuso la mia partenza con un ritorno atteso.
Dopo il check-in, decidiamo di lasciarci guidare dai passi: ci ritroviamo in Piazza della Città Vecchia, tra guglie gotiche e caffè affollati. In questi giorni, la città è animata dal Festival del Folclore: gruppi di danzatori, musicisti e artigiani tradizionali invadono le piazze con costumi colorati e suoni popolari. È una festa che attraversa la città con leggerezza e memoria, rievocando tradizioni che qui non si sono mai davvero spente.
Le matrioske
La prima vetrina che ho incrociato a Praga era piena di matrioske. Lo so, sono un falso, un souvenir fuori contesto, un’invenzione da bancarella che non ha nulla a che vedere con la storia ceca. Ma mi hanno comunque fermata di colpo. In quel momento, il cuore ha fatto un tuffo: ho pensato a zio Italo, il mio zio comunista, quello che tanti anni fa, da un viaggio in Russia, mi portò una vera matrioska. Un viaggio epocale, entrato nel lessico familiare quasi come un mito. Era un comunista italiano che sognava una giustizia possibile, più umana. Quelle bambole in legno erano il simbolo di un mondo che credeva ancora nelle utopie.

Eppure, rivederle qui, a Praga, trasformate in merce turistica tra cristalli finti e calamite, racconta anche un’altra verità: quella di una città invasa dal turismo, che rischia di perdere il proprio volto dietro una maschera pensata per chi passa, non per chi guarda davvero. Ci fermiamo. Ordiniamo un bombolone alla crema, uno strudel con panna e gelato.
La mensa
Navigando un po’ sul web, trovo un ristorante che promette autenticità praghese. Ceniamo così: patatine fritte e cotolette, salsicce speziate con salsa di cipolle e peperoni. Una coppia di Caserta racconta: qui è frequente pranzare nelle “mense”, una sopravvivenza concreta e umile del regime comunista.

Secondo giorno
La mattina del secondo giorno ci svegliamo con un’aria più leggera e lo sguardo già pronto a cogliere nuovi dettagli. Ad attenderci c’è un tour guidato. La guida, ironia della sorte, è italiana. Ancora più ironico: è salernitano.
Ci accompagna lungo un percorso insolito, evitando i grandi classici come il Ponte Carlo. “La vera Praga non è qui”, ci dice. E ci porta in un labirinto urbano fatto di vie laterali, cortili nascosti, vecchie insegne in legno, botteghe che resistono. Ci racconta del teatro urbano dei souvenir: matrioske russe, ambra baltica, cineserie ovunque.
Facciamo tappa in una libreria indipendente. Sfoglio un volume sulla Praga degli anni ’80. Una frase scritta a mano mi resta addosso: “La libertà non è urlare, ma essere ascoltati.”
Panini, medievalismi e cliché da smentire.
Dopo la visita camminiamo per nove chilometri. Poi un po’ di riposo e visita al centro commerciale Palladium: delusione. Soliti brand, da Zara, Intimissimi. Trovo in saldi una camicia da notte che ho acquistato due anni fa. Che tristezza la globalizzazione. Nessuna autenticità.
La cena medioevale
Conosciamo una famiglia di Monza. Ci raccontano di una cena medievale con spettacolo. Prezzo alto, atmosfera da turisti, ma piacevole. A un certo punto uno degli attori gioca col fuoco e mi preoccupo. Poi giovani tedeschi e finlandesi ballano sui tavoli. Mi riportano ai miei vent’anni. Uno di loro ci dice “mafia, pizza, mandolino”. Gli spieghiamo che non è così che si racconta l’Italia.



Terzo giorno – Kafka e il museo che non parla
Il terzo giorno comincia con la visita alla casa-museo di Kafka. Biglietto da 25 euro, ma Kafka ci ha abitato appena un anno. Qualche pagina, qualche foto, atmosfera asettica. Delusione. Forse il vero museo di Kafka è la città stessa.
Usciti dal museo, ci diciamo che certe cose stanno meglio nei libri che nei musei.


Ponte Carlo

A Ponte Carlo fu gettato nel fiume San Giovanni Nepomuceno, sacerdote e confessore della regina di Boemia. Il re, accecato dalla gelosia, gli ordinò di rivelare i peccati della moglie. Giovanni si rifiutò. Scelse il silenzio, e con esso la morte. Una leggenda, forse. Ma come ogni leggenda, custodisce una verità più profonda: che il potere, quando pretende di possedere anche le coscienze, diventa tirannia. E allora sì, forse è meglio star lontano dalle corti, dove la parola deve servire e il silenzio fa paura. Ma certe storie non affondano. Restano. Come lui. Come la dignità di chi tace per fedeltà a qualcosa di più grande.
La guida russa
Nel pomeriggio, ci uniamo a una visita guidata con una donna russa, originaria di San Pietroburgo, che si è trasferita a Praga da qualche anno. Con lei attraversiamo la parte antica della città fino al celebre Ponte Carlo, finalmente. L’atmosfera è suggestiva, ma la nostra guida ci tiene a sottolineare che Praga va guardata anche negli angoli meno turistici.
Il muro della libertà
Il percorso ci conduce poi al famoso Muro di John Lennon. Il bello è che John Lennon, in realtà, qui non c’è mai stato. Ma il muro, tra graffiti, versi di canzoni e colori vivaci, è diventato un simbolo spontaneo di libertà, di resistenza pacifica, di creatività contro il silenzio imposto.
Ci fermiamo per uno scatto. E anche se il sole è velato, lo spirito è chiaro: la libertà ha molte forme, e a volte si presenta in un muro pieno di colori, nel cuore di una città che ha conosciuto l’oppressione.
La defenestrazione

Durante il nostro itinerario storico, ci fermiamo anche in un luogo simbolico: il cortile del castello da cui avvenne la celebre Seconda Defenestrazione di Praga nel 1618. Fu un evento decisivo che scatenò la Guerra dei Trent’anni. Guardando quelle finestre alte e affilate, il passato sembra ancora sul punto di compiersi.

Il concerto

La sera l’abbiamo trascorsa immersi nella musica alla Cathedral of St. Clement, nel cuore del Clementinum, uno dei complessi barocchi più affascinanti di Praga. In programma, Le Quattro Stagioni di Vivaldi, eseguite dalla Bohemian Symphony Orchestra Prague in formazione da camera, con organo e soprano. Il concerto, durato un’ora, ha spaziato tra le note celebri di Mozart, Bach, Dvořák, Pachelbel e Schubert, fino ad arrivare al culmine emozionale con la potenza evocativa di Vivaldi.

In quella chiesa dorata e ricamata di affreschi, le stagioni scorrevano una dopo l’altra come fotogrammi sonori, e il tempo sembrava fermarsi. Peccato solo per i cuscini polverosi, che mi hanno risvegliato un po’ l’asma. Il terzo giorno sembrava interminabile. Dopo giorni di strudel e cucina ceca in ogni declinazione, ci è salito un desiderio irrefrenabile di casa. Un bisogno semplice e profondo: cucina italiana. Su consiglio di un amico, siamo andati a cena al ristorante Le Cinque Corone, un angolo d’Italia nel cuore di Praga, gestito da una famiglia di beneventani trapiantati qui da generazioni. Una sosta che è sembrata un ritorno.
Quarto giorno
Oggi finalmente ho mangiato il goulash!
Servito con le tipiche knedlíky (le fette soffici di pane al vapore) e cipolla cruda, in un ristorante turistico di media qualità. Nulla di eccezionale, ma la soddisfazione era più emotiva che gastronomica. Poi, una sorpresa: la sede dei Cavalieri di Malta, incastonata tra le vie eleganti del centro. Un portale scolpito, un simbolo di storia, mistero e antichi ordini.


Jan Hus, il riformatore

In Piazza della Città Vecchia si erge imponente la statua di Jan Hus, il capo spirituale degli Ussiti, bruciato vivo per eresia nel 1415 per aver osato sfidare i privilegi della Chiesa di Roma. Attorno a lui, tutto parla di resistenza e di fede: la pietra, il bronzo, persino il silenzio della piazza. A pochi passi, una colonna barocca con la statua della Madonna, eretta dopo la fine della guerra dei Trent’anni come simbolo del ritorno del cattolicesimo.

E lì, mentre rifletto su questo incrocio di simboli e potere, passa una giovane suora, con uno zaino sulle spalle e il passo deciso. È un’immagine che mi resta dentro: tra Jan Hus e la Madonna, tra eresia e devozione, tra ribellione e obbedienza, scorre ancora la storia e chi la attraversa, spesso, non se ne accorge nemmeno.
Gita sulla Moldava e poi si torna a casa
Per raggiungere l’aeroporto, abbiamo scelto Uber: 18 euro più 5 euro di parcheggio. Comodo, veloce, civile.
Ora siamo al Terminal 2, gate C. Un ultimo caffè ceco – un po’ annacquato, ma ci sta – e si vola verso Napoli. Porto via con me le guglie gotiche, la birra più economica dell’acqua e il profumo leggero della pioggia sulla Moldava.



Sono stanca. In media undici chilometri al giorno, tra vicoli, ponti, salite e piazze che raccontano secoli. Le gambe reclamano riposo, ma l’anima è piena. Ho visto tanto, tanto bene il Dio nascosto nei dettagli, nelle pietre, nei volti, nei silenzi. E ho scoperto una civiltà sorprendentemente vicina alla mia: nel calore umano, nel gusto per la bellezza, nella memoria viva delle ferite, e anche in quella cristianità che, pur non sempre declinata nel modo giusto, resta un filo comune che attraversa i secoli e ci ricorda chi siamo. Assai stanca, sì, ma infinitamente grata. Na shledanou, Prago.