Latino alle cinque e altre felicità

Ad agosto, quando l’aria rinfrescava, zia Marisa arrivava a Varano. Professoressa elegante, severa, disciplinata e dal cuore generoso, raggiungeva la casa delle vacanze con zio Serse e le loro figlie, Sara e Silvia. Era un rito d’agosto che annunciava, con telefonate circolari, la sua puntuale apparizione: “Serse (che pe me significava Sara) verrà sabato, forse per pranzo. Prepara qualcosa” diceva papà a mamma. Anche noi, prima di trasferirci da Eboli, trascorrevamo le vacanze a Varano. La nostra casa era ancora in costruzione, mentre quella della nonna Costantina era stata abbattuta dal terremoto del 1980.

Estate 1985

Fu nell’estate del 1985 che zio Mimì Pantuliano (Gelsomino Pantuliano) e la cara zia Angela ci offrirono affettuosamente la loro casa. Un gesto semplice e generoso. Zio Mimì, fratello maggiore di zio Serse, era un politico democristiano di primo piano. I due, legati da un doppio intreccio di sangue e convivenze, erano sostanzialmente fratelli di mio padre. Stesso dna, stessi tratti, stesso temperamento.

Cugini fratelli

Anche la genealogia, da noi, era una narrazione intricata e appassionante: zio Peppe Pantuliano, fratello di mia nonna Costantina, aveva sposato Maria Trotta, sorella maggiore di mio nonno Giuseppe. Una sorella e un fratello avevano sposato una sorella e un fratello. Si raccontava in segreto, ma era il segreto di Pulcinella, che mia nonna, a 16 anni, per amore, aveva fatto la cosiddetta “fuitina”, con il suo Peppe. Una fuga nottetempo contro la volontà dei fratelli e del bisnonno Gelsomino. Una scelta coraggiosa, ma non felice: il matrimonio, nonostante i cinque figli, non fu mai sereno. Ma questa è un’altra storia.

Quella di zia Marisa, invece, era una storia d’amore per la cultura e per noi ragazzi

Alle 17:00 in punto, guai a ritardare, ogni pomeriggio, si andava a casa sua per le lezioni di latino. Erano imperativi categorici, non inviti. “Latino per tutti”, era la regola. Inutile obiettare che si era stati promossi o mostrare brillanti pagelle: “Prima il dovere, poi il piacere”, ripeteva con fermezza. Un po’ la temevo, ma mi divertivo. Eravamo noi contro lei, vinceva lei, ma vincevamo anche noi.

A Londra con Sara

Il latino divenne mio amico

Nel grande tinello, con Sara, Silvia e Rosaria, tra declinazioni e coniugazioni, ripassavamo anche l’analisi logica. Pompeo andava di mattina, dalle dieci a mezzogiorno. Quell’estate, il latino divenne mio amico. Pur tra imposizioni e proteste, scoprii una forza nuova in me. Zia Marisa, considerata severa, era in realtà attenta e generosa: ci guidava, ci correggeva, ci regalava gli strumenti per capire. Guai a confondere complementi e casi latini. Fu grazie a lei che poi mi innamorai dei classici: Ovidio, Lucrezio, Seneca. Tradurre divenne un gioco da ragazzi. Un gioco d’incastri.

Le lunghe serate varanesi

Le serate a Varano, dove abitano (veramente abitavano, perché molti sono volati in cielo) i fratelli e i cugini Trotta-Pantuliano, si prolungavano tra la chiesa di (nel link la storia) Santa Lucia , il sagrato, i campi da bocce e da tennis. Non si andava a dormire prima delle due. Ma la vera magia arrivava dopo le lezioni: i giri in bici, le passeggiate al Cornale, le prime, timide storie d’amore, le chiacchiere sui muretti, le prime disillusioni, i sogni detti a mezza voce sotto il cielo stellato.

Il pigiama party al femminile

Una notte di qualche estate successiva dormimmo insieme in quella che sarebbe diventata poi la mia casa. Un pigiama party con Sara, Rosaria, Silvia, Gilda e Francesca. Solo ragazze. Tra cuscini sparsi e confidenze sussurrate, ci scambiammo sogni, promesse, paure e racconti di piccoli, acerbi amori. E poi si fumava per sentitici donne anzitempo. Sapevamo che da grandi avremmo fatto tante cose, avremmo forse contribuito a cambiare il mondo, a renderlo più giusto. Era nelle nostre teste, ma queste cose non le dicemmo mai apertamente. Certamente ognuna aveva un suo progetto di giustizia sociale, d’impegno e di uguaglianza. Principi assorbiti dai nostri padri e dalle nostre madri.

Cultura patriarcale e madri controllanti

I maschi avevano una forte impronta patriarcale che si limitava alle mogli casalinghe, in piccole dosi era rivolta alle figlie. Sapevano che il mondo stava cambiando e ci volevano protagoniste, possibilmente, non troppo appariscenti. Le mamme ci controllavano ossessivamente, avevamo poca libertà e tanta voglia di fuggire. Un po’ imparammo a scansarle, ma era una lotta quotidiana.

Trafficanti di libertá

Le nostre mamme, la mia e zia Marisa in particolare, sembravano controllori doganali e noi trafficanti clandestine di libertà. Dove andate? Con chi? A che ora pensate di rientrare? Non vi fidanzate! Perché quei ragazzi girano intorno a voi? Erano dure: “stasera non si esce”. Perché? “Perché così abbiamo deciso”. Tante volte le ho detestate. Anche adesso, al solo ricordo mi arrabbio. Ci consolava sapere che sarebbe arrivato presto settembre e saremmo ritornate in città dive, finalmente, avremmo ritrovato gli amici e la libertà.

Prima il dovere poi il piacere

Di quell’estate mi resta tutto: il profumo del doposole al cocco, le pagine dei compiti, la http://Selezione dal Reader’s Digest di zio Serse, l’odore delle prugne mature, il sapore dei fichi in giardino e la voce di zia Marisa che spiegava e correggeva con rigore. Devo dire, però, che conobbi allora la bellezza di imparare, di approfondire, di studiare. Prima il dovere, poi il piacere. Una formula che mi accompagna ancora.

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di Ornella Trotta

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