di Basilio Fimiani

Rimasto orfano, ad appena tre anni, di mia madre, e cresciuto con mia nonna, Filomena, ogni sera, prima della cena, dovevo recitare, mio malgrado, il Rosario alla Madonna di Pompei. Questo Ufficio, con le varie Avi, i Misteri ed i Pater Noster, non risultava gradito, essendo la fame atavica una cattiva consigliera.

  Con i piedi poggiati ai margini di uno scaldino di legno, si passava da un Mistero all’altro e, finalmente, dopo l’ultimo Pater Noster, si andava a tavola, con quello che “passava il Convento”, polenta compresa e castagne alla brace.

  Crescendo, scolaro tra i banchi di scuola, via radio, l’8 maggio e la prima domenica di ottobre, si ascoltava, come avviene ancora oggi, la Supplica alla Madonna del Rosario di Pompei, sul modello della preghiera dello stesso Bartolo Longo, oggi da poco proclamato Santo della Chiesa.

  Nelle stesse date, moltitudini di fedeli, specie a piedi e anche a volte scalzi, provenienti dalle più disparate località, si recano in pellegrinaggio al Santuario Mariano di Pompei, per partecipare alle solenni funzioni religiose.

  Così, raccomandava di fare il giovane avvocato, poi divenutoCommendatore del Santo Sepolcro e cavaliere di Gran Croce.

Bartolo Longo

  Dopo gli studi di Giurisprudenza, per conseguire la Laurea in Legge, svolti a Napoli sotto la guida di Luigi Settembrini e Bertrando SpaventaBartolo Longo si era avvicinato alla dottrina iniziatica ed al concetto di fraternità laica.

  Fin da piccolo, Bartoluccio, così chiamato per distinguerlo dal padre Bartolomeo, a soli sei anni, nel 1847, era stato avviato agli studi religiosi, passando dalla nativa Latiano, in terra d’Otranto, ai Padri Scolopi di Francavilla a Mare, nel Brindisino.

  Evidenziando, già da allora, acuta intelligenza e ribalderia, aveva proseguito la sua formazione a Lecce.

  Con l’Unità d’Italia, il 17 marzo 1861, il Longo era stato costretto, secondo la Legge Casati, a continuare gli studi presso l’Università di Napoli.

  Qui, il laureando aveva goduto dell’ospitalità della Famiglia di donna Caterina Volpicelli, futura Santa, abitando nella Foresteria del Palazzo signorile.

  Nella medesima dimora, aveva conosciuto la nobildonna Marianna Farnararo, vedova del Conte De Fusco e madre di ben cinque figli.

  Bartolo e Marianna, entrati ben presto in simpatia e confidenza, si sarebbero trasferiti, di lì a poco, in un’altra abitazione, condividendone, per necessità, le spese di gestione.

  La vedova, poteva contare sulla ricca dote del defunto Conte e sulla proprietà di estesi latifondi, prevalentemente abbandonati, situati nella Valle di Pompei, borgo rurale del Comune di Scafati, dominato da vaste paludi e incipiente malaria.

  Modesti o insignificanti i fitti percepiti dal dare in affido i terreni ai coloni, da sempre, in condizioni disperate.

  Il giovane avvocato, su incarico della nobildonna, si recò in quelle terre, accolto da due guardiani armati a sua difesa.

Purtroppo, nessuno degli affittuari era in grado di pagare quanto dovuto.

  In quella stessa terra sconsolata, dilagavano le piaghe del brigantaggio, con il famigerato bandito Cozzolino.

  Pochi, i preti, comunque poveri e in Chiese cadenti ed abbandonate.

  Da qui, i primi tentativi di recuperare alla Fede le anime del luogo, anche attraverso Processioni e distribuzioni di Immagini sacre, sotto forma di Santini e Rosari benedetti.

  Al termine delle Processioni, era consuetudine operare una riffa, con messa in palio di piccoli doni, di solito un anello o una collana.

  Questo accorgimento permetteva di avvicinare, ulteriormente, le anime dei pochi Fedeli presenti nella Valle di Pompei.

  In seguito, Bartolo, vittima anche lui di una profonda crisi mistica, capì che, per la salvezza dell’anima del fedele, bisognava affidarsi, manzonianamente, ai grani del Rosario:

“Se vuoi salvarti, recita il Rosario!”

 

  Spinto da questo proposito, l’uomo si dedicò, convintamente, ad opere di carità, ricevendo da chi lo ammirava piogge di offerte in denaro, anche dall’estero da parte di emigranti ai quali nelle partenze dallo stesso porto di Napoli aveva affidato l’immagine sacra della Madonna di Pompei.

  Cominciò, così, a pensare alla possibilità di restaurare la Chiesa cadente.

  Bisognava, anche, trovare un’immagine della Vergine col Bambino in braccio.

  I modesti risparmi accumulati non erano sufficienti a garantire l’acquisto di un dipinto degno di devozione.

  Finalmente, una suora gli affidò, gratuitamente, una tela della Madonna con in braccio il Bambino Gesù, precedentemente, acquistata, per poco, da un rigattiere.

  Il dono non era decoroso e presentava tracce di muffa

  L’avvocato non voleva accettare, anche perché, viste le dimensioni, era di difficile trasporto, sino al sito di Pompei.

  Fortunatamente, un carrettiere di letame, tal Angelo Tortora, si assunse l’incarico di portarla fino a destinazione.

  Così, poco a poco, l’immagine, ritoccata dagli stessi monaci – restauratori benedettini olivetani, divenne sempre più simbolo di fede e di miracoli e, certamente, opera della Scuola di Luca Giordano, appare ancora oggi sull’altare maggiore del Santuario Mariano di Pompei.

  Ad oggi, addì 13 novembre 2025, sono già passati centocinquant’anni dalla prima esposizione del dipinto sacro.

  La Madonna affida il Rosario a Santa Caterina da Siena.

  A sua volta, il Bambino porge anche lui un Rosario a San Domenico.

  Numerosi, seguono i miracoli riconducibili al culto devozionale del quadro.

  Si organizza l’Ordine dei Domenicani e delle stesse Suore, oggi, dette “Bartoline”, appartenenti alla schiera del Santo di Guzman.

  Poi, inizia la costruzione di un Santuario, all’inizio edificio dalle dimensioni modeste, in seguito, divenuto, nel progetto finale Basilica Pontificia.

Bartolo Longo

  Già Papa Pio IX, e, quindi, il suo successore, Leone XIII, con la sua Enciclica “Rerum Novarum”, parlando della nuova Città di Pompei, riconoscevano la grandezza del personaggio Bartolo Longo.

  Dalla Chiesa alle opere pie, con l’accoglienza dei bisognosi, degli orfani e delle figlie di Maria, e, quindi, dei figli dei carcerati, in edifici appositamente costruiti in loco, per la loro elevazione morale e culturale.

Si compie, in verità, il disegno già in parte dichiarato del personaggio Bartolo Longo quale apostolo di carità fraterna.

  Sono ormai lontani gli anni universitari di Napoli, dove dilagavano e prosperavano logge massoniche e culti egizi e misterici.

  Quando si andava a Napoli, spesso si diceva: 

“Vado nella Valle del Sebeto!”,

cioè in Egitto, facendo opportuno riferimento alla prisca scientiaed alla Fratellanza Universale.

  Ogni tanto, specie d’Estate, il maturo avvocato Bartolo Longo tornava a Latiano, cittadina, poi, gemellata con Pompei, dal 1995.

  Qui, si interessava, con la diletta cugina, un tempo sua fidanzata, della situazione dei più bisognosi, creando Centri di Cultura, capaci di accogliere color che volevano imparare a leggere, scrivere e far di conto, nell’ottica della pedagogia attiva.

  Cresceva, così, la Cultura anche tra le fila degli ultimi

  Solo attraverso la Carità, si indirizzavano sulla retta via anche i figli di chi aveva commesso furti e delitti. L’esempio dei figli avrebbe condotto al ravvedimento gli stessi genitori costretti al carcere. Il suo impegno sociale progrediva nelle opere del futuro Beato Bartolo Longo.

  La Comunità degli Ultimi, ormai una realtà, cresceva anche con l’affidamento agli operai di una dimora dignitosa.

  Così, anche, per gli Uffici Pubblici, la Stazione Ferroviaria e l’acquedotto.

  La nuova Pompei sconfiggeva la lussuriosa città distrutta nel 79 d. C. dalla eruzione del Vesuvio.

  Nella stessa cornice territoriale, Bartolo e Marianna, già discepoli del Rosario, decidevano di unirsi nel Sacro Vincolo del matrimonio.

  Nel frattempo, continuava il cammino di fede dei due Apostoli.

  Con gli anni, il Venerando affidava la propria salute ad un giovane medico napoletano, Giuseppe Moscati, anche lui futuro Santo.

  Quest’ultimo aveva già pronosticato al paziente Bartolo la Santità, ma alle parole del medico, l’avvocato aveva risposto:

“In verità, sarete Santo prima di me!”

  E così avvenne.

  Pompei, Città mariana, diventava sempre più grande e numerose si presentavano le difficoltà nel gestire tale imponente apparato religioso.

  Latiano, borgo natio, rimaneva un rifugio al suo pressante impegno.

Intanto le responsabilità della Comunità campana da lui creata lo richiamavano al dovere dei suoi Uffici.

  Correva il suo ottantacinquesimo anno, quando, nel giorno del 5maggio 1926, san Giuseppe Moscati, dopo averlo in precedenza visitato, pur trovandosi, fisicamente a Napoli, avvertì, distintamente, l’avvenuta dipartita del Nostro Eroe.

  Da allora la Supplica di milioni di Fedeli alla Regina delle Vittorie, Figlia del suo Figlio, umile ed alta, più che creatura.

Secondo il disegno della provvidenza con Leone XIII iniziava il sogno di Bartolo, con Leone XIV la sua canonizzazione,

Tutto era scritto nella mente di Dio

  Come ogni sera, anche mia nonna, dall’alto dei Cieli, recita il suo Rosario, per tutti noi.

  Dulcis in Fundo, sull’esempio di San Bartolo Longo, nel cammino non facile, ma possibile, dalle Tenebre alla Luce, dal Peccato alla Redenzione, persino la cupa eternità animale che giace in noi, può assurgere alla Santità, del nostro stesso quotidiano.

  Basterà poco, e quel nodo sia tagliato come da spada. 

P.S.: Queste umili considerazione di fede e carità sono dedicate a Madre Neve illustre collega Preside del Liceo Pedagogico allora Istituto Magistrale di Paola, in provincia di Cosenza.

Da Lei domenica bartolina il mio avvicinamento quale Presidente di Commissione per gli esami di Maturità nel Suo Istituto alla sacralità di Bartolo Longo. 

Per lei sempre vivi l’affetto e la stima profonda e fraterna.

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di admin

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