Scioperare è dire basta alla guerra, allo sfruttamento, al silenzio che ci rende complici

Ci sono immagini che gridano più forte delle parole. Quelle della Flottilla bloccata in mare dai soldati. A settanta miglia da Gaza, il dissenso diventa “pericolo da sedare”, la solidarietà un crimine da punire. È sempre lo stesso copione: chi porta aiuti viene trattato come un nemico, chi difende la vita viene ridotto al silenzio.

Macigni sulle nostre teste

Ma il silenzio non può più essere la nostra risposta. Perché mentre il mare diventa ancora una volta campo di battaglia, la terra di Gaza continua a inghiottire vittime innocenti. Sono i bambini i primi a pagare, piccoli corpi senza colpa che finiscono nei bollettini come “danni collaterali”. Ogni loro vita spezzata pesa come un macigno sulla coscienza del mondo.

Lo sciopero

Ecco perché domani, 3 ottobre, è necessario scioperare. Non è un gesto rituale, non è un appuntamento sindacale come altri. È un atto di coscienza, un grido collettivo che deve risuonare nelle piazze d’Italia e d’Europa. Dobbiamo scendere in piazza, dobbiamo far sentire la nostra voce.

Ecco perché ci riguarda

Perché siamo donne, siamo madri, siamo uomini, siamo persone. E non possiamo più tollerare quanto sta accadendo. Il lavoro che manca, i salari insufficienti, la scuola che cade a pezzi, la sanità che arranca: tutto questo ci riguarda. Ma oggi ci riguarda ancora di più la dignità della vita umana, calpestata a Gaza come nelle nostre periferie dimenticate.

Una voce forte

C’è bisogno di una voce forte del mondo occidentale, autorevole e ascoltata. Una voce che dica basta all’indifferenza, basta alla complicità, basta alla paura che diventa strumento di potere. Domani, 3 ottobre, non è solo una data sul calendario. È il giorno in cui decidiamo se restare spettatori o diventare cittadini. E allora sì, scioperiamo e scendiamo in piazza. Perché la dignità non è negoziabile. Perché i bambini di Gaza non possono aspettare.

stampa

di Ornella Trotta

Condividi
Potrebbe anche interessarti